
DALLO “ZERO STELLE” ALLA RETE DEI “FIGLI DELLE STELLE”: IL RITORNO BATTAGLIERO DI BEPPE GRILLO CONTRO IL “TRADITORE” CONTE
ROMA – La frattura all’interno del Movimento 5 Stelle è ormai insanabile. Negli ultimi giorni di settembre 2026, lo scontro tra il garante storico e l’attuale leader del partito ha superato il punto di non ritorno, trasformandosi in una vera e propria scissione identitaria e in una battaglia frontale per l’eredità politica della forza antisistema più rilevante degli ultimi vent’anni.
Tutto è partito da una provocazione lanciata in sordina ma diventata virale: Beppe Grillo ha modificato il suo stato WhatsApp inserendo l’immagine tagliente di un ironico “Movimento Zero Stelle”. Dietro quella che sembrava l’ennesima provocazione del comico si nasconde però un piano d’attacco politico ben definito, alimentato dalla diaspora degli ex parlamentari esclusi dal corso contiano e aggregati sotto il vessillo e il gruppo Facebook dei “Figli delle Stelle”. Si tratta di una community digitale che invoca una “evoluzione tecnologica della partecipazione” e accusa l’attuale leadership di aver snaturato il sogno delle origini per rincorrere i palazzi del potere.
L’affondo a Conte: “L’uomo che sussurrava ai cavilli”
L’atto formale della nuova discesa in campo di Grillo si è consumato sui media. Registrando una puntata del celebre Pulp Podcast condotto da Fedez e Mr. Marra, il garante non ha risparmiato colpi diretti all’ex premier Giuseppe Conte, etichettato polemicamente come “l’uomo che sussurrava ai cavilli”.
Per il fondatore, la dirigenza contiana ha perpetrato un vero e proprio tradimento della carta dei valori originaria. L’accusa principale verte sull’istituzionalizzazione del M5S, trasformato da laboratorio anti-sistema a un partito tradizionale focalizzato esclusivamente sulla gestione delle poltrone e sulla costruzione del cosiddetto “campo largo” con il centrosinistra. “Si sono montati la testa, la politica ha cambiato loro”, ha tuonato l’Elevato. La reazione di Conte è arrivata dritta dal palco della Festa del Fatto Quotidiano, dove ha liquidato le mosse del garante con freddezza: “Vada pure dove vuole”, sancendo la fine dei rapporti politici e la difesa del processo costituente del Movimento, voluto, secondo il leader, dagli iscritti stessi.
La contesa legale per il Simbolo
Mentre sul web prende forma la suggestione della rete dei “Figli delle Stelle”, Grillo gioca parallelamente la carta giudiziaria: ha infatti intrapreso una dura azione legale per riappropriarsi della titolarità esclusiva del nome e del simbolo storici delle Cinque Stelle, con l’obiettivo di sottrarli al controllo dell’attuale dirigenza contiana. Una mossa speculare che, nelle intenzioni dei fedelissimi dell’ex comico, servirebbe a lanciare un nuovo laboratorio politico azzoppando contemporaneamente l’avversario sul piano dell’immagine pubblica.
I dubbi del Fatto Quotidiano e lo scetticismo di Travaglio
A frenare i facili entusiasmi attorno a questo “ritorno di Sinbad”, come è stato ironicamente battezzato da alcuni retroscenisti, ci ha pensato il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio. Durante un duro intervento televisivo a Otto e mezzo, il giornalista ha messo a nudo le profonde criticità strutturali dell’operazione intrapresa dal garante.
Travaglio si è mostrato estremamente scettico sulla reale sostenibilità di una nuova lista elettorale legata a Grillo: “Non so con quali elettori, con quali candidati e soprattutto con quali soldi Grillo dovrebbe fondare un nuovo partito”, ha sentenziato il direttore. L’analisi del quotidiano evidenzia inoltre due pesanti contraddizioni:
- La cacciata da parte degli iscritti: L’isolamento politico di Grillo non sarebbe un’imposizione autoritaria di Conte, bensì il risultato della volontà della base del Movimento, stanca delle continue fibrillazioni interne.
- La contraddizione storica su Draghi: Travaglio ha voluto ricordare come le attuali difficoltà d’identità del M5S derivino anche dalle scelte passate dello stesso Grillo, il quale spinse fortemente il Movimento a sostenere l’esecutivo guidato da Mario Draghi, definendolo all’epoca “un grillino” e avviando così il processo di normalizzazione istituzionale del partito.
A pesare sullo sfondo della faida c’è anche il fattore economico: la rottura definitiva è giunta dopo la decisione di Conte di interrompere il ricco contratto da 300.000 euro all’anno per la consulenza sulla comunicazione tra Grillo e i gruppi parlamentari. Privato del ruolo di guida e delle risorse del partito, il fondatore tenta la via della rivalsa digitale, ma la strada per far brillare nuovamente le “Stelle” delle origini appare decisamente in salita.








