
Quando l’America smise di essere indispensabile: Trump, Gorbaciov e la fine silenziosa del centro americano.
Per quasi ottant’anni l’Occidente ha vissuto dentro un ordine il cui centro era chiaramente riconoscibile. Quel centro era l’America.
Dalla fine della Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti non sono stati soltanto la maggiore potenza economica e militare dell’Occidente. Sono stati il paese che ne ha garantito l’architettura politica: la NATO, il sistema di Bretton Woods, il commercio internazionale, le istituzioni multilaterali, la sicurezza delle rotte marittime e, soprattutto, la convinzione che gli interessi americani coincidessero in larga misura con la stabilità dell’intero sistema occidentale.
Era l’idea dell’America indispensabile: una potenza così centrale da considerare la propria leadership non come un costo, ma come una condizione della propria stessa sicurezza.
Oggi quella convinzione appare meno solida. Non perché gli Stati Uniti siano diventati deboli. Al contrario, rimangono la maggiore potenza militare, finanziaria, tecnologica e culturale del pianeta. Il cambiamento riguarda qualcosa di più profondo: la disponibilità americana a sostenere il costo politico ed economico della propria centralità.
Donald Trump non ha creato questa trasformazione. L’ha resa visibile, l’ha accelerata e, soprattutto, le ha dato una forma politica.
L’America che cambia
Il fenomeno Trump non può essere compreso soltanto come una parentesi politica o come la conseguenza delle sue caratteristiche personali. Dietro Trump esiste un cambiamento della società americana che attraversa entrambi i partiti e precede di molti anni il suo ingresso alla Casa Bianca.
Come osserva Viviana Mazza in L’America che verrà, il vero interrogativo non riguarda soltanto la successione a Trump, ma la società americana che Trump ha portato alla luce: un Paese attraversato da fratture profonde, nel quale la crisi delle istituzioni e la perdita di fiducia nelle élite precedono largamente l’uomo che le ha trasformate in conflitto politico. Il trumpismo, in questa prospettiva, appare meno come un incidente della storia americana che come una delle manifestazioni di una trasformazione già in corso.
Una parte crescente degli americani non accetta più con naturalezza l’idea che gli Stati Uniti debbano pagare il prezzo della sicurezza degli altri, aprire i propri mercati, sostenere alleati che non investono abbastanza nella difesa o assumersi responsabilità internazionali che producono costi immediati e benefici spesso indiretti.
È una trasformazione dell’idea stessa di interesse nazionale.
Per decenni Washington ha ragionato secondo una logica quasi imperiale, nel senso più classico del termine: mantenere un ordine internazionale favorevole agli Stati Uniti significava anche assumersi l’onere di proteggerlo. La nuova logica è diversa: gli alleati devono dimostrare di essere utili all’America e ogni impegno internazionale deve poter essere tradotto in un vantaggio concreto e riconoscibile per gli americani.
Da America indispensable si passa così, lentamente, ad America interested.
Non è ancora isolazionismo. È qualcosa di più moderno e forse più insidioso: una potenza che continua a essere presente ovunque, ma che non considera più automaticamente la stabilità dell’intero sistema una propria responsabilità.
Potente, ma meno centrale
È qui che si trova il paradosso americano.
Gli Stati Uniti possono continuare a essere per decenni la potenza dominante e, nello stesso tempo, perdere progressivamente la funzione di centro ordinatore dell’Occidente.
Potenza e centralità non sono la stessa cosa.
Un paese può possedere la più grande forza militare del mondo, le università più prestigiose, le principali società tecnologiche, il dollaro come valuta di riferimento e una capacità finanziaria senza equivalenti, e tuttavia decidere di utilizzare tutto questo potere in modo più selettivo.
È precisamente questa possibilità che oggi modifica gli equilibri.
Le alleanze funzionano infatti non soltanto sulla base della forza, ma anche sulla prevedibilità. Un alleato deve sapere che cosa aspettarsi dal paese che guida il sistema. Se questa prevedibilità diminuisce, diminuisce anche il valore politico delle garanzie offerte.
In questo senso la questione Trump è più grande di Trump.
La madman theory
Anche l’imprevedibilità di Trump — dagli annunci improvvisi sui dazi alle minacce seguite da altrettanto improvvisi cambiamenti di posizione — può essere letta attraverso la lente della cosiddetta madman theory, l’espressione associata alla strategia di Richard Nixon durante la Guerra fredda.
L’idea è apparentemente paradossale: un leader che riesca a convincere l’avversario di essere disposto a correre rischi estremi, fino ad azioni che un leader normalmente razionale eviterebbe, può ottenere concessioni senza arrivare allo scontro. L’incertezza diventa così uno strumento di pressione.
Nel caso di Trump, tuttavia, sarebbe semplicistico stabilire quanto di questa imprevedibilità sia deliberatamente costruito e quanto rifletta il suo personale modo di governare. La distinzione, dal punto di vista degli interlocutori, può però diventare secondaria. Se nessuno è in grado di prevedere con sufficiente sicurezza la prossima mossa americana, anche lo scenario più rischioso deve essere considerato possibile.
È questa ambiguità a rendere la madman theory potenzialmente efficace.
Ma la stessa arma possiede un limite. Se utilizzata troppo spesso, l’imprevedibilità può smettere di essere una tecnica negoziale e trasformarsi in perdita di credibilità. Gli alleati, così come gli avversari, finiscono allora per non chiedersi soltanto che cosa farà Washington, ma quanto sia ancora possibile fare affidamento sulla sua parola.
La forza della strategia, quindi, contiene già la sua debolezza: la paura può produrre concessioni, ma la fiducia è ciò che costruisce un’alleanza.
La lezione di Roma
Per comprendere ciò che potrebbe accadere all’America è utile guardare alla storia senza ricorrere a facili analogie.
Gli Stati Uniti non sono l’Impero romano e non stanno vivendo una decadenza paragonabile a quella di Roma. Non esiste oggi una potenza destinata semplicemente a sostituirli nello stesso modo in cui altri poteri occuparono progressivamente gli spazi lasciati dall’Impero.
L’analogia con Roma riguarda piuttosto un altro fenomeno: la perdita della centralità può precedere di molto la perdita della potenza.
Roma rimase per lungo tempo ricca, militarmente formidabile e capace di esercitare una straordinaria influenza anche quando il suo ruolo di centro politico dell’intero Mediterraneo aveva cominciato a indebolirsi.
È possibile immaginare qualcosa di analogo per gli Stati Uniti: non un’America che crolla, ma un’America che rimane potentissima mentre il mondo diventa progressivamente meno dipendente dalla sua volontà.
La differenza è sostanziale.
Un impero finisce quando perde la capacità di comandare. Una potenza egemone può invece perdere la propria centralità quando non desidera più sostenere il prezzo necessario per esercitarla.
L’Europa dopo l’America
È soprattutto l’Europa a trovarsi davanti alle conseguenze di questa trasformazione.
Per decenni gli europei hanno potuto costruire una straordinaria prosperità mantenendo una sproporzione evidente tra peso economico e responsabilità strategica. La sicurezza europea è stata in larga misura una funzione della potenza americana.
Questa situazione ha consentito all’Europa di concentrare risorse sul welfare, sulla crescita e sull’integrazione economica, lasciando agli Stati Uniti una parte essenziale del costo della deterrenza militare.
Quel modello non può più essere dato per scontato.
Il problema europeo non è soltanto spendere di più per la difesa. È recuperare una capacità politica che l’Europa ha progressivamente delegato. Un continente composto da Stati diversi, con interessi strategici spesso divergenti, deve trasformare la propria dipendenza dalla protezione americana in una maggiore capacità autonoma di decisione.
Non significa necessariamente rompere con Washington. Significa essere preparati alla possibilità che Washington non voglia più svolgere lo stesso ruolo.
Ed è una differenza enorme.
La Russia e il vero banco di prova
In questo quadro la Russia assume un’importanza che va oltre il conflitto ucraino.
Mosca non possiede la forza economica necessaria per sostituire gli Stati Uniti, né quella militare convenzionale per dominare l’Europa. La sua capacità strategica deriva soprattutto dall’arsenale nucleare, dall’energia, dalla guerra ibrida, dalla disinformazione e dalla capacità di sfruttare le divisioni degli avversari.
Per questo la Russia può esercitare una pressione sproporzionata rispetto alle proprie dimensioni economiche.
Il suo obiettivo non deve necessariamente essere la conquista dell’Europa. Un’Europa militarmente più forte, politicamente più coesa e stabilmente legata agli Stati Uniti rappresenta per Mosca un ambiente molto più difficile di un’Europa divisa, incerta e preoccupata della continuità dell’impegno americano.
La pressione russa sull’Europa va quindi letta anche come una forma di stress test dell’Occidente.
Ogni esitazione americana, ogni divisione europea, ogni dubbio sulla durata delle garanzie di sicurezza diventa una risorsa strategica per Mosca.
Da questo punto di vista, la questione decisiva non è se la Russia possa sconfiggere militarmente l’Occidente. Non può.
È se riesca a convincere gli europei che l’Occidente non sia più capace di agire come un unico sistema.
Gorbaciov e Trump
È qui che emerge un curioso parallelo storico tra Gorbaciov e Trump.
I due uomini appartengono a mondi politici opposti e perseguono obiettivi radicalmente diversi. Ma entrambi, in modi molto differenti, hanno rappresentato momenti in cui una grande potenza ha cominciato a mettere in discussione il rapporto tra la propria forza e il costo della propria posizione nel mondo.
Gorbaciov comprese che l’Unione Sovietica non poteva più sostenere indefinitamente il prezzo del proprio impero. Cercò quindi di ridurre la tensione internazionale e di riformare il sistema dall’interno. Ma la riforma finì per liberare forze che il sistema non era più in grado di controllare.
Trump si muove nella direzione opposta. Non cerca di ridurre la tensione internazionale per salvare un sistema sovietico ormai esausto; cerca di ridisegnare il rapporto tra potenza americana e responsabilità americana. Il suo messaggio è che gli Stati Uniti possono essere grandi senza essere necessariamente il garante universale dell’ordine internazionale.
In entrambi i casi, tuttavia, emerge una stessa verità storica: quando una grande potenza modifica il modo in cui interpreta il proprio ruolo, le conseguenze possono essere molto più grandi delle intenzioni del leader che ha avviato il cambiamento.
Gorbaciov voleva riformare il sistema sovietico e finì per dissolverlo.
Trump vuole rendere l’America più forte e meno vincolata dagli impegni che considera onerosi. Potrebbe riuscirci. Ma potrebbe anche produrre un effetto più ampio: accelerare la trasformazione dell’ordine occidentale che gli Stati Uniti hanno costruito e guidato per quasi ottant’anni.
La fine di un’epoca
È anche il senso della domanda posta da Viviana Mazza: non soltanto quale America verrà dopo Trump, ma quale America potrà esistere dopo la perdita della convinzione di essere indispensabile al mondo. La crisi americana, prima ancora che una successione politica, è una ridefinizione del rapporto tra potenza nazionale e responsabilità globale.
Il tramonto americano, dunque, non assomiglia a una caduta.
Non c’è una nuova potenza pronta a occupare il posto degli Stati Uniti. Non c’è un esercito straniero alle porte, né un collasso economico paragonabile a quello di altre grandi potenze nella storia.
Il rischio è più sottile.
L’America potrebbe rimanere il paese più potente del mondo e, contemporaneamente, diventare meno indispensabile.
Potrebbe continuare a dominare la tecnologia, la finanza, la ricerca, la cultura e la potenza militare, mentre il sistema internazionale diventerebbe più frammentato, più competitivo e meno disposto a riconoscere a Washington il diritto implicito di stabilirne le regole.
È probabilmente questo il significato più profondo dell’era Trump.
Non la fine dell’America, ma la possibile fine di una determinata idea dell’America: quella secondo cui la prosperità e la sicurezza degli Stati Uniti passano necessariamente attraverso la leadership dell’intero Occidente.
Per quasi ottant’anni questa idea ha funzionato perché gli interessi americani e quelli dei suoi alleati coincidevano abbastanza da rendere la leadership conveniente per tutti.
Oggi quella coincidenza è meno evidente.
E quando il centro di un sistema comincia a chiedersi se valga ancora la pena sostenere il costo del sistema stesso, il cambiamento è già iniziato.
L’America potrebbe non tramontare affatto.
Potrebbe semplicemente smettere, lentamente e quasi impercettibilmente, di essere il sole attorno al quale l’Occidente ha costruito il proprio ordine.








