
Se un giovane appassionato di musica oggi mi chiedesse da dove partire per scoprire l’anima e il talento di Roger Taylor, gli direi senza esitazione di fare un lungo salto all’indietro. Gli direi di ascoltare Tenement Funster o Drowse, gemme di ruvida bellezza incastonate nella discografia dei Queen, o di recuperare la sigla di coda del film Highlander: la versione originale di A Kind of Magic, prima che l’intuizione pop di Freddie Mercury ne stravolgesse l’arrangiamento, restituendoci una visione ben più scura e affascinante che io, personalmente, ho sempre preferito. Gli direi persino di recuperare Happiness?, il suo terzo lavoro solista del 1994, dove brani come la title track o la splendida Foreign Sand — scritta a quattro mani con Yoshiki e impreziosita dal bellissimo arrangiamento d’archi del celebre arrangiatore americano Dick Marx — dimostravano quanto Taylor sapesse graffiare anche da solo.
Quello che gli direi di fare, purtroppo e con il cuore un po’ pesante, è di saltare a piedi pari il suo ultimo disco appena uscito.
Fa male scriverlo. Fa male perché non parliamo di un esordiente alle prime armi, ma di un ultrasettantenne che ha scritto pagine di storia, con un bagaglio che conta ben dieci album fuori dai Queen (sette a suo nome e tre con i The Cross). Ed è proprio alla luce di questa storia che quest’ultimo lavoro appare come un progetto di cui non si avvertiva alcuna necessità: un disco noioso, rudimentale, privo di slancio e, purtroppo, mal scritto.
Il peccato originale sta nell’ostinazione di volersi fare “one man band”. Taylor ha cantato, suonato quasi tutti gli strumenti ed è rimasto l’unico autore di ogni brano, fatta eccezione per una cover di John Lennon. Ma l’autosufficienza coatta non perdona: senza un vero confronto artistico e senza il supporto di una band vera, sono emersi tutti i suoi limiti tecnici. Viene da chiedersi perché un uomo della sua statura, che avrebbe potuto chiamare a sé i migliori musicisti e produttori del pianeta — gente che avrebbe fatto carte false pur di firmare un brano con lui — abbia scelto di chiudersi nel proprio studio. Il risultato sono soluzioni armoniche trite e una resa sonora sconcertantemente ingenua.
Questa scelta appare ancora più incomprensibile se si pensa al contesto economico in cui nasce il disco. Poco tempo fa, Taylor e i suoi storici compagni hanno firmato la vendita del catalogo dei Queen alla Sony per la cifra record di oltre 1,2 miliardi di dollari — la transazione più imponente nella storia della musica, che lo ha consacrato definitivamente come uno dei musicisti più ricchi del pianeta. Questo significa una cosa sola: questo album non esiste per esigenze contrattuali o per bisogno di guadagno. Nasce, ed è amaro ammettrelo, da un moto di puro egocentrismo. Dalla stancante abitudine di voler stare a tutti i costi al centro dell’attenzione, da quel narcisismo tipico delle grandi star che, arrivate a questo punto della vita, rifiutano di mettersi in discussione o di ascoltare un parere esterno.
L’amarezza aumenta guardando ai testi. A differenza dei Queen, da sempre rigorosamente ed espressamente apolitici, Roger Taylor nella sua carriera solista ha spesso preteso di fare politica. Quando nel 1994 gridava contro i rigurgiti neofascisti in Nazis 1994, lo faceva con forza ed efficacia. Oggi, nella nuova Champ, la sua invettiva contro Donald Trump scivola invece in un qualunquismo piatto e superficiale, che ha tutto il sapore del chiacchiericcio stanco da bar.
In questo scenario grigio, c’è solo un elemento che si salva e che merita di essere trattenuto: la collaborazione con il coro sudafricano Ndlovu Youth Choir. È un dettaglio che sembra quasi voler chiudere un cerchio storico, una sorta di richiesta di perdono tardiva ma nobile. Nel 1984 i Queen fecero uno scivolone colossale andando a suonare a Sun City, sfidando l’embargo culturale internazionale contro l’Apartheid in cambio di un cachet milionario e rifugiandosi dietro la scusa della neutralità politica. Un’ingenuità — o un cinismo — che la critica e il pubblico fecero scontare loro carissimo, e che forse solo l’esibizione epocale al Live Aid riuscì parzialmente a lavare via. Riascoltare oggi le voci del coro sudafricano nel disco di Taylor sembra un tentativo umano, quasi sommesso, di fare pace con quella ferita mai del tutto rimarginata e di chiedere scusa a quel popolo che allora venne tradito.
Ma è davvero troppo poco per salvare un album che rischia di rimanere come il suo ultimo contributo discografico. Ponderare l’idea che questo lavoro banale, vuoto e dettato solo dall’auto-compiacimento possa rappresentare il testamento artistico di un gigante della musica fa davvero male. Roger Taylor meritava — e ci meritavamo — un finale diverso.








