
Il Governo Meloni riscopre l’atomo dopo anni di legislatura: una svolta energetica che solleva interrogativi sui tempi e sulle priorità.
Il nucleare torna al centro della strategia energetica italiana, ma una domanda appare inevitabile: perché soltanto ora?
La legge delega sul nucleare sostenibile, approvata definitivamente nel settembre 2026 ed entrata in vigore il 15 ottobre, rappresenta un passaggio importante. Tuttavia, il Governo Meloni è in carica dall’ottobre 2022: se l’energia atomica era davvero una priorità strategica, perché non imprimere questa direzione sin dall’inizio della legislatura?
Non si tratta soltanto di annunciare una svolta, ma di costruire le condizioni perché essa produca risultati concreti. L’Italia dispone di quattro ex centrali nucleari — Trino, Caorso, Latina e Garigliano — oggi interessate da attività di dismissione e smantellamento, non semplicemente impianti inattivi pronti a essere riaccesi.
Proprio per questo sarebbe stato legittimo attendersi, già nei primi anni di governo, una pianificazione più tempestiva: studi di fattibilità, valutazioni sulla possibilità di riutilizzare le infrastrutture esistenti, individuazione dei siti e un cronoprogramma trasparente.
La questione non è sostenere che una centrale avrebbe potuto essere riattivata immediatamente. È chiedersi se, iniziando prima, oggi avremmo almeno compiuto passi più avanzati verso la realizzazione di nuovi impianti.
Se il nucleare è davvero una scelta necessaria per la sicurezza energetica, la credibilità politica si misura anche nella capacità di anticipare i problemi, non soltanto di annunciare soluzioni.
Perché una strategia energetica non si giudica dalle dichiarazioni, ma dai risultati, dagli investimenti e dai tempi necessari per raggiungerli.








