
La scala, il viaggio, il cielo
Ci sono canzoni che raccontano una storia. E poi ci sono canzoni che sembrano raccontare un viaggio. Stairway to Heaven, dei Led Zeppelin, appartiene alla seconda categoria.
È una delle canzoni più celebri della storia del rock, ma la sua forza non sta soltanto nella musica. Sta anche nel fatto che il suo significato non si lascia racchiudere facilmente in una spiegazione unica.
Forse, proprio per questo, dopo più di cinquant’anni continuiamo ad ascoltarla. E continuiamo a chiederci dove conduca quella scala.
Ci sono immagini che appartengono alla memoria più profonda dell’umanità.
La porta.
Il labirinto.
La strada.
La luce.
E la scala.
Una scala mette in comunicazione due mondi. Chi sale lascia qualcosa alle proprie spalle e, gradino dopo gradino, entra in uno spazio diverso.
Per questo, molto prima che diventasse il titolo di una canzone dei Led Zeppelin, la scala era già l’immagine di un viaggio.
Un viaggio verso l’alto.
Verso qualcosa che ancora non conosciamo.
La troviamo già nella Scala di Giacobbe, nella Genesi. Giacobbe sogna una scala che dalla terra arriva fino al cielo, mentre gli angeli salgono e scendono.
È un’immagine semplicissima e, nello stesso tempo, vertiginosa: terra e cielo sono separati, ma esiste un passaggio che li mette in comunicazione.
Molti secoli dopo, Dante trasformerà questa stessa idea in uno dei più grandi viaggi mai raccontati.
La Divina Commedia comincia con un uomo che ha perso la strada.
«Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura…»
Dante non sa più dove andare. E deve mettersi in viaggio.
Ma, per arrivare alla luce, deve prima attraversare l’oscurità.
Deve scendere nell’Inferno.
Deve attraversare il Purgatorio.
E soltanto dopo può salire verso il Paradiso.
È una delle grandi idee della nostra civiltà: la trasformazione non avviene saltando direttamente verso l’alto.
Bisogna attraversare qualcosa.
Bisogna conoscere.
Bisogna scegliere.
Bisogna cambiare.
Ed è proprio qui che Stairway to Heaven diventa particolarmente interessante.
La donna raccontata da Robert Plant nei primi versi della canzone — «There’s a lady who’s sure all that glitters is gold, and she’s buying a stairway to heaven» — sembra credere che una scala verso il cielo possa essere acquistata con l’oro.
Pensa che l’elevazione sia una transazione economica.
Ma il cielo non è una merce.
E la scala non è un oggetto.
La scala è il viaggio.
E allora arriviamo a un’altra tradizione, molto più vicina al tema che ci interessa questa sera.
Nella simbologia massonica troviamo la Scala a Chiocciola, la Winding Staircase.
Anche qui si sale.
Ma non si tratta semplicemente di raggiungere un piano superiore.
Si procede attraverso una serie di passaggi articolati tradizionalmente in tre, cinque e sette gradini, dove ciascun gruppo rappresenta una tappa fondamentale della conoscenza e della crescita umana.
Iprimi tre gradiniricordano all’uomo la sua struttura di base e le tre tappe fondamentali della vita: l’infanzia, la maturità e la vecchiaia; ma richiamano anche i tre gradi della Massoneria azzurra — Apprendista, Compagno e Maestro — e le tre virtù cardine necessarie per intraprendere qualsiasi percorso: Saggezza, Forza e Bellezza.
Isuccessivi cinque gradinirappresentano l’apertura verso il mondo e verso la percezione: sono dedicati ai cinque sensi umani, ma anche ai cinque ordini di architettura classica — Dorico, Ionico, Corinzio, Toscano e Composito — a ricordare che la costruzione di sé richiede tanto la conoscenza della natura e dell’esperienza fisica quanto il rigore delle proporzioni e dell’armonia.
Infine, isette gradinisuperiori simboleggiano il compimento dell’intelletto e dello spirito attraverso le sette arti liberali, divise nel Trivio e nel Quadrivio: grammatica, retorica, logica, aritmetica, geometria, musica e astronomia.
E qui c’è qualcosa di particolarmente curioso: tra le sette arti di quest’ultimo gruppo c’è proprio la musica.
La musica diventa quindi, simbolicamente, uno degli strumenti dell’ascesa, il ponte tra il rigore matematico e l’armonia cosmica.
E improvvisamente il titolo dei Led Zeppelin acquista una risonanza diversa.
Non perché possiamo dire che Stairway to Heaven sia una canzone massonica.
Non abbiamo questa prova, e sarebbe troppo facile — e anche poco serio — trasformare ogni riferimento esoterico in una teoria occulta.
Il punto è più interessante: la stessa immagine attraversa la storia.
La scala di Giacobbe.
Il viaggio di Dante.
La Scala a Chiocciola della tradizione.
E, molti secoli dopo, la scala del rock.
Epoche diverse.
Linguaggi diversi.
Ma una stessa intuizione: l’uomo può cercare di elevarsi oltre la condizione in cui si trova.
E c’è un altro elemento che rende tutto questo ancora più affascinante.
Stairway to Heaven non racconta soltanto un’ascesa.
La fa ascoltare.
La canzone comincia quasi dal nulla.
Una chitarra acustica, i flauti, la voce.
Poche immagini.
Poi qualcosa comincia a muoversi.
Entrano progressivamente gli strumenti. La musica cresce.
Per oltre quattro minuti la canzone cammina sottovoce, finché non entra la batteria.
Il passo si fa solido, il ritmo incalza, la tensione aumenta e infine esplode la chitarra elettrica di Jimmy Page.
È come se la canzone stessa salisse.
Non abbiamo bisogno di immaginare la scala: la sentiamo.
Il brano diventa un’architettura sonora, un percorso costruito gradino dopo gradino.
E non è casuale che la musica — nella simbologia della scala — rappresenti proprio una delle forme della conoscenza.
A questo punto entra in scena Jimmy Page.
Page era profondamente interessato all’esoterismo occidentale e alla figura di Aleister Crowley, tanto da acquistare Boleskine House, la sua dimora in Scozia.
Non a caso, nell’iconografia interna dell’album compare l’immagine dell’Eremita dei Tarocchi: colui che cammina nella notte tenendo in alto una lanterna per illuminare il passo successivo.
L’Eremita non illumina tutto il mondo; illumina soltanto il prossimo gradino, il prossimo passo per chi ha il coraggio di salire nell’oscurità.
Questo non significa che la canzone nasconda un dogma o un messaggio segreto.
Ma ci dice molto sull’atmosfera culturale degli anni Sessanta e Settanta: anni di riscoperta del misticismo, dell’alchimia, della mitologia.
È come se una parte dell’Occidente, dopo la fiducia assoluta nella ragione e nel progresso, avesse ricominciato a guardare verso ciò che la sola ragione non riusciva più a esaurire.
Il rock diventa uno dei luoghi di questa ricerca.
Stairway to Heavennon ci offre una dottrina.
Non ci offre una risposta.
Ci offre una strada.
E forse è questo il punto più profondo.
Il vero protagonista della canzone non è il paradiso.
È il viaggiatore.
Perché ogni viaggio implica una scelta.
La strada si divide: possiamo continuare, tornare indietro, o cambiare direzione.
Ma nel momento in cui scegliamo, qualcosa dentro di noi cambia.
Ed è qui che la canzone incontra il grande tema del viaggio iniziatico.
Da Giacobbe a Dante, dalla tradizione antica fino al rock moderno, riconosciamo una stessa immagine che ritorna: l’uomo che parte da una condizione e cerca di raggiungerne un’altra.
L’uomo che cerca la luce.
L’uomo che sale.
Forse allora Stairway to Heaven non parla di una scala fisica che porta al cielo.
Parla della necessità di diventare qualcuno capace di salire quella scala.
La strada è la scelta.
La scala è l’ascesa.
La musica è il movimento.
Il viaggio è la trasformazione.
E il cielo…
forse non è un luogo.
Forse è semplicemente il nome che diamo a ciò che ancora non conosciamo.
Per questo, dopo più di cinquant’anni, continuiamo ad ascoltare questa canzone.
Non per sapere dove dobbiamo arrivare, ma per ricordarci qualcosa di molto più semplice:
che siamo ancora in viaggio.
E che, finché continuiamo a cercare quella scala, siamo ancora in cammino.








