
Il tempo è, secondo me, una questione di coscienza soggettiva. Tutti abbiamo sperimentato quanto la sensazione del tempo possa variare a seconda delle condizioni soggettive: è lentissimo durante una lezione di greco, vola se si è innamorati.
Dunne diceva: «Ogni ora è la stessa per un orologio e ogni ora è diversa per me. Una volta lunga, una breve».
La nostra smania di misurare il tempo è eterna, cioè sempre esistita. Si può dire che, dopo la coscienza di sé, costituisca uno dei tratti distintivi della nostra specie, giacché è indubbio che una delle prime cose di cui siamo diventati consapevoli sia stata la nostra stessa mortalità, il fatto che viviamo e moriamo dentro determinati confini temporali.
Il reperto più antico ad oggi trovato che contraddistingue la ricerca di codificare il trascorrere del tempo è il cosiddetto osso della Dordogna, ritrovato nella Francia occidentale, ricoperto da incisioni concave e ricurve che rappresentano la luna e risale, all’esame al carbonio-14, a oltre 24.000 anni fa. Sono tredici linee di ventotto segni ciascuna (praticamente la lunghezza di un anno lunare), un anno che, per inciso, è ancora in uso presso alcuni popoli: ancora oggi gli israeliani, per esempio, usano il calendario lunare per il computo della Pasqua e i musulmani hanno il mese del Ramadan che, variando con i mesi lunari, non coincide mai con un mese occidentale.
È ovvio che la Luna fu il primo riferimento alla visione del tempo: facile da osservare, ciclica nel suo procedere, spiega ancora oggi molto bene perché la settimana sia universalmente accettata da tutti i popoli e sia esattamente corrispondente ai quarti lunari.
Molto più complesso è cercare di capire perché il giorno sia diviso in ventiquattro frammenti e questi in sessagesimi. Una delle possibili spiegazioni può essere fatta risalire al sistema sessagesimale in uso presso i Sumeri. Il 60 è il più basso tra tutti i numeri con il più alto numero di divisori (1, 2, 3, 4, 5, 6, 10, 12, 15, 20, 30).
Date un’occhiata alla vostra mano destra con il palmo all’insù. Ciascuna delle quattro dita è chiaramente suddivisa in tre articolazioni o falangi: esattamente come si fa per l’abaco, le dita della mano destra possono essere usate per contare singoli numeri da 1 a 12, mentre le dita della mano sinistra possono contare i multipli di dodici. Le dita, una volta che si sia imparato a servirsene, formano un abaco perfettamente adeguato a base dodici, nel quale il numero più alto è 60. E questo è un retaggio culturale talmente radicato che, ancora oggi, contiamo le ore di sessanta minuti e questi di sessanta secondi.
Diversa, perché “moderna”, è l’ulteriore suddivisione del secondo, che è su base 10 e non più 60: abbiamo infatti decimi, centesimi, millesimi ecc. di secondo, il che, a pensarci bene, è un assurdo, perché cambiamo sistema in corsa.
Nell’evoluzione umana molti sono stati gli sforzi fatti per razionalizzare e codificare il trascorrere del tempo, sia dal punto di vista mitico che scientifico.
La mitologia greca, per esempio, ci presenta Crono (Kronos) come figlio più giovane di Urano e di Gaia (la prima generazione divina antecedente a Zeus), che aiutò la madre a vendicarsi del padre a cui tagliò i testicoli col falcetto che ella gli diede (peraltro leggenda ripresa e grecizzata della triade egizia Iside, Osiride e Horus). Prese quindi il suo posto e sprofondò nel Tartaro i suoi fratelli Ecatonchiri (giganti dalle cento mani) e i Ciclopi, imprigionati da Urano. Sposò la sorella Rea e, visto che Urano e Gaia (depositari della conoscenza del futuro) gli avevano predetto che sarebbe stato esautorato da uno dei suoi figli, li divorava man mano che nascevano (Estia, Demetra, Era, Plutone e Poseidone). Ma Rea, stanca di questa situazione, incinta di Zeus si rifugiò a Creta dove partorì in segreto e diede al posto del figlio una pietra da divorare al marito. Una volta adulto, Zeus diede una droga a Crono per fargli restituire i figli divorati, i quali alla sua guida dichiararono guerra a Crono. Un ennesimo oracolo predisse a Zeus la vittoria se avesse liberato gli Ecatonchiri, cosa che fece. Nella tradizione orfica Crono viene liberato, si riconcilia con Zeus ed è portatore dell’Età dell’oro. In Italia viene identificato con Saturno, che aveva il trono in Campidoglio e in suo onore si celebravano i Saturnali.
Molti filosofi si sono poi cimentati a disputare sul tempo. Bello l’aforisma di Aristotele che dice: «Una parte del tempo è stata e quindi non è, mentre l’altra deve essere e quindi non è ancora. Allora il tempo, sia quello infinito che quello che ti interessa prendere, è fatto di queste parti. Qualcuno potrebbe supporre, naturalmente, che ciò che è costituito da cose che non esistono non possa essere parte della realtà». E. J. McTaggart aggiunse che «il tempo non è intelligibile senza “l’adesso” e “l’adesso” è contraddittorio». Sant’Agostino, peraltro, aveva già detto: «Allora che cos’è il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se desidero spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so». Platone ha descritto il tempo come l’immagine mobile dell’eternità. Non ha negato la realtà del tempo, ma ha creduto in un altro mondo fuori dal tempo, «l’empireo», che getta la sua ombra sulle sfere che girano sotto di esso. Eraclito diceva «panta rei»: il tempo è in perenne scorrimento. Anche noi dovremmo considerare la totalità del nostro tempo quando decidiamo come trascorrere la vita. Portare sempre a termine ciò che abbiamo incominciato è una banale norma di saggezza e disciplina.
La cultura occidentale prevede al giorno d’oggi il concetto di tempo in forma lineare, una lunga retta in cui l’oggi è un punto tra il passato e il futuro. Non era così nella mentalità medievale in Europa. Il Medioevo è calato nell’oggi, ma ha percezione del tempo cosmologico, segnato dagli astri e dall’avvicendamento delle stagioni. La vicenda individuale si coniuga col tempo cosmologico, che è ciclico e si ripete. Manca una dimensione storica: si è calati nella realtà e si ha sensibilità magica (la storia non pone né risolve in sé i suoi problemi). Il tempo è inteso più come natura che come storia: è il tempo di Dio. Avviene qui il passaggio dal tempo naturale all’eterno, il Tempus Christi. Così sono essenziali i riferimenti astronomici, perché mancano quelli storici; fanno da tramite tra vicenda individuale e vicenda universale. La misura del tempo è non precisa e non scientifica: non c’è in Europa un criterio cronologico uniformemente applicato. Così si altera anche il tempo della prospettiva storica, della differenza tra epoche. La storia universale è organizzata su certezze religiose, ne deriva l’acriticità e l’attualizzazione del passato: è la Provvidenza che spiega il disegno storico complessivo. Solo tra il Quattro e il Cinquecento avviene il cambiamento: la storia non è più provvidenziale ma effetto dell’attività umana.
Gli orientali invece hanno sempre avuto una concezione del tempo ciclica e peraltro molto ben disincantata. La principale definizione che ne danno è il Grande Respiro di Brahma, cioè il periodo di tempo che intercorre tra un cosiddetto Big Bang e il successivo. Secondo la stessa tradizione orientale, l’umanità passa ciclicamente in quattro fasi progressive di involuzione con durata decrescente di anni in rapporto 4-3-2-1:
- Krita Yuga, contenente 1.728.000 anni – Età dell’oro
- Treta Yuga, 1.296.000 anni – Età dell’argento
- Dvapara Yuga, 864.000 anni – Età del bronzo
- Kali Yuga, 432.000 anni – Età del ferro
Noi saremmo ora nel Kali Yuga (la caduta nel corpo fisico), la parte più materialistica dell’evoluzione-involuzione umana. Il Tao (secondo Zhuangzi) è la catena dell’intera creazione.
L’umanità si sta evolvendo attraverso lunghissimi periodi temporali chiamati Ronde dai teosofi, Eoni nel Sefer Temunah o periodi della creazione detti anche shemittot, nei quali si compie l’intero processo cosmico. Ci sarebbero sette Ronde formate ciascuna da sette razze umane dall’evoluzione sinusoidale. Noi saremmo la quinta razza della quarta Ronda. Con ciò, oltre ai fatti storici di eventuali civiltà precedenti la nostra, si vuole significare che abbiamo oltrepassato il punto più materialista dell’evoluzione umana.
Per parlare di tempo dobbiamo relazionarci ai movimenti della Terra e degli astri, come già fecero le culture antiche.
Il primo movimento della Terra è la rotazione che intervalla notti e giorni, ed avviene in circa 24 ore e 3 minuti; e permette di dire che il Sole è sempre al suo zenit.
Il secondo è la rivoluzione attorno al Sole che avviene attualmente in circa 365,242199 giorni su un piano inclinato (quello dell’eclittica) che crea le stagioni, gli equinozi a marzo (l’antico inizio dell’anno) e settembre, i solstizi a giugno e dicembre (l’apparente fermata del Sole ai due apogei celebrati, fin dall’antichità, sotto forma di feste “magiche” e incorporati da tutte le religioni subentranti e dominanti).
Un terzo movimento della Terra è dovuto alla sua non perfetta sfericità e che, visto dallo spazio esterno, assomiglierebbe ad un trottolamento sull’asse. Questo movimento viene da noi moderni definito come precessione degli equinozi: si tratta dello spostamento dell’asse terrestre secondo una circonferenza immaginaria che fa sì che lo zenit vari continuamente. Il ciclo ha una durata di circa 25.920 anni (cioè ogni 26.000 anni circa la stella polare torna a essere la medesima). La cosa estremamente interessante è che le classi sacerdotali-iniziatiche di alcune civiltà antiche erano a conoscenza di questo fatto, che richiede ovviamente cognizione della sfericità della Terra e tempi di osservazione lunghissimi (per inciso la variazione è di un grado ogni 72 anni). Tutte le scuole antiche hanno cercato di tramandare in molteplici modi questo numero. I sacerdoti sumeri conoscevano la “circonferenza del mondo”, l’eclittica che chiamavano DUB, lo zenit detto AN.PA, il solstizio estivo AN.BIL e, pur essendo un popolo “primitivo”, possedevano evidentemente la raffinata conoscenza astronomica e matematica richiesta dalla geometria sferica. Per inciso consideravano la Terra il settimo astro e non il terzo come facciamo noi, perché contavano dall’esterno del sistema solare, ed avevano cognizione perciò dei pianeti trans-saturniani.
La precessione è stata poi divisa, in base a un criterio astrologico, in dodici periodi di circa 2.160 anni, denominato ciascuno in base a un segno zodiacale. Noi possiamo evidenziare facilmente questi periodi temporali andando a ritroso. Secondo gli studi più recenti noi ora stiamo transitando dall’era dei Pesci a quella dell’Acquario, regno della tecnologia e del misticismo (certo che negli ultimi cento anni c’è stato uno sviluppo di tecnologia che non si è verificato, per quanto sappiamo, negli ultimi ottomila anni). Il passaggio a questa nuova era dell’Acquario potrebbe essere datato dall’avvento del motore a scoppio, al primo esperimento di scissione atomica o, ammettendo che i calcoli del calendario cosiddetto maya, ma sicuramente precedente, siano corretti, al 2012 d.C. La precedente era dei Pesci potrebbe perciò essere incominciata attorno al 187 a.C., anno che la setta degli Esseni considerava la data della fine del mondo; il pesce infatti era considerato il simbolo dei primi cristiani (la croce è subentrata con il Concilio di Nicea in Anatolia nel 325 d.C.). Tornando indietro di altri 2.160 anni entriamo nell’era dell’Ariete (Ariete ebraico, Vello d’oro). Altri duemila anni a ritroso ed entriamo nell’era del Toro (mito della tauromachia, il Minotauro; ultima vestigia di questa “religione taurina” sono le attuali corride). Ed ancora prima i Gemelli: il mito dei giganti, dei ciclopi, le costruzioni gigantesche (in greco megaliti) che sono diffuse in tutto il mondo e sono sicuramente non funzionali a presunte civiltà primitive senza tecnologia e con problemi primari di sostentamento. Il Cancro è un primo muro temporale: si trovano le prime tracce di scrittura. Periodo del Leone: la più famosa rappresentazione è la Sfinge (pre-datata rispetto alla storiografia ufficiale da studi di geologi americani che evidenziano corrosioni da piogge). Siamo al 10.983 a.C. e qui si potrebbe anche aprire una parentesi sul tempo dell’evoluzione umana, visto che coincide con la fine dell’ultima glaciazione e l’innalzamento del livello dei mari anche di oltre cento metri. E si trovano costruzioni megalitiche anche sotto il livello dei mari. Solamente per citare alcuni esempi: i muraglioni al largo di Bimini, il tempio di Yonaguni (da poco riconosciuto come costruzione umana) e le recentissime scoperte nella piattaforma sottomarina di Cuba e delle incredibili città sommerse a poca profondità (circa 40 m) di Dwarka e Kathiawar situate nel golfo di Khambhat, in India, circa duecentocinquanta chilometri a nord di Bombay (annuncio ufficiale del NIOT a New Delhi il 16 gennaio scorso). Certo che delle due una: o questi edificatori costruivano sotto il livello del mare, oppure tutto ciò è stato costruito prima della fine dell’ultima glaciazione, e questo contrasta in modo evidente con la cronologia ufficiale della Storia. Il tempo procede con l’evoluzione umana, ma persino il Fratello George Washington asseriva che la storia è tutta una grande balla. Ma la storia stessa, peraltro, non avrebbe senso senza il concetto di tempo e, pur tuttavia, il tempo contraddice la Storia: i megaliti di Baalbek in Libano, le pile di Baghdad, il meccanismo di Antikythera (con differenziale e giunto cardanico) in Grecia, le carte geografiche di Piri Reis e di Orontius Finaeus, i teschi di cristallo (British Museum), solo per citare alcuni esempi, sono oggetti fuori dal tempo eppure reali. I cosiddetti OOPART (out of place artifacts).
Il più preciso computo del tempo a noi pervenuto (pietra del Sole ecc.) è il cosiddetto calendario maya o Tzolkin. Questo calendario è basato su diversi cicli, tra cui quello solare di 360 giorni, diviso in 18 mesi di 20 giorni e un 19° mese breve di 5 giorni, e quello venusiano di 584 giorni, che si bilanciano ogni 52 anni.
A proposito di Venere e del suo simbolo, il pentalfa. Il pentalfa è un altro modo di definire la stella; si trova su un gran numero di antichissime pietre e questo ci porta a un livello interpretativo che credo sia molto meno noto. Per gli antichi egizi il simbolo * aveva, come sempre nei geroglifici, almeno tre livelli di significato:
- un primo era di stella o, se “appesa” a una linea, di notte; era usata come determinativo del passare del tempo;
- un secondo significato era il pianeta Venere. Venere è il secondo pianeta in ordine di distanza dal Sole ed è il terzo soggetto più luminoso del cielo in ordine di grandezza dopo il Sole e la Luna, e la sua luce è talmente intensa da rischiarare le notti senza luna e per cui visibilissima a occhio nudo. Visto dalla Terra, sullo sfondo dello zodiaco, l’orbita di Venere ha un tracciato molto strano e interessante: il pianeta disegna una stella a cinque punte con il Sole al centro e per compiere l’intero percorso impiega quarant’anni, puntuale come un orologio svizzero (sarebbe meglio dire che un orologio svizzero è puntuale come Venere, ma così va il mondo). Sapendo le effemeridi, dalla posizione di Venere si può sapere l’ora e la data con un’esattezza tale da avere tolleranze di secondi su centinaia di anni. Il rapporto tra l’anno sinodico venusiano e l’anno terrestre è di circa cinque anni sinodici venusiani per otto terrestri. La proporzione non è del tutto esatta, ma sta di fatto che ogni 14.597 giorni si ripeteranno gli stessi rapporti tra Venere e il Sole; l’evento però non si verifica nella stessa zona dello zodiaco. Anche qui i cicli possono esserci di aiuto: infatti è sicuro che Venere occuperà la stessa posizione zodiacale tra 14.607 giorni, ossia quarant’anni meno tre giorni interi. Dieci giorni dopo Venere si sarà spostata fino ad occupare rispetto al Sole la stessa posizione che aveva quarant’anni prima. Vi sono anche dei periodi più brevi in cui si verificano delle corrispondenze: più o meno ogni otto anni. Fin dall’antichità gli astronomi-astrologi utilizzavano la periodicità del rapporto tra la posizione della Terra rispetto al Sole e le apparizioni di Venere sullo sfondo delle stelle “fisse” per effettuare le correzioni del calendario civile.
- Non è sicuramente una coincidenza che nell’antico Egitto la stella a cinque punte fosse il geroglifico che indicava, e siamo al terzo livello interpretativo, la “Conoscenza”. Chi sapeva capire il moto di Venere possedeva il sapere più importante di tutto lo scibile: la conoscenza delle stagioni, del tempo. Dobbiamo considerare che in una civiltà agricola il periodo di semina e di raccolto sono essenziali per la sopravvivenza e non possono essere contati a posteriori. Nell’antica lingua geroglifica il geroglifico stella veniva molto probabilmente scritto S’ba e pronunciato Saba. A questo proposito e per sottolineare la valenza di “conoscenza” c’è un curioso episodio inerente il popolo degli Harraniani (conosciuti anche come Sabiani). Nel 830 d.C. il califfo al-Ma’mun (il primo “moderno” a penetrare dentro la Grande Piramide) passò da Harran (peraltro il luogo dove secondo le Scritture l’Altissimo parlò ad Abramo), che era considerata una sede privilegiata della conoscenza alla pari di Alessandria e Antiochia, e chiese agli abitanti a quale popolo protetto dalle Scritture appartenessero. Essi risposero di essere harraniti, ma vennero incalzati dal califfo: «Siete cristiani?» «No». «Israeliti?» «No». «Musulmani?» «No». «Maghi?» «No». «Avete una scrittura e un profeta?». Alla risposta evasiva il califfo al-Ma’mun disse che se non avessero avuto una sacra scrittura e un profeta sarebbero stati considerati infedeli e idolatri e si sarebbe potuto versare il loro sangue. Terrorizzati gli harraniti si rivolsero a un giurista musulmano che, in cambio di un ricco compenso (così è tramandato), diede loro il consiglio di dichiararsi Sabiani perché quello era il nome di una religione di cui Dio parla nel Corano e il cui libro è il libro di Ermete e il loro profeta Ermete Trismegisto (Thot). Ed è da allora che gli Harraniti sono conosciuti anche come Sabiani.
In molte altre tradizioni culturali Venere, simboleggiata dalla stella a cinque punte, ha uno stretto legame con la rosa a cinque petali (la rosa canina), la quale a sua volta rappresenta l’immortalità dell’anima e la resurrezione.
Tornando al calendario maya, un giorno era detto kin, 20 kin davano un uinal (mese), 360 kin davano un tun (anno), 7.200 tun davano un katun e infine 144.000 kin davano un baktun, periodo pari a circa 5.200 anni e che secondo la loro credenza coincideva con un evento catastrofico, molto probabilmente l’inversione di polarità dei poli Nord-Sud / Sud-Nord; per inciso l’attuale baktun (il quarto) va dal 3113 a.C. al 2012 della nostra era. La prossima inversione, per i Maya, della polarità terrestre.
Strano che tutte le antiche civiltà avessero un anno di 360 giorni ai quali aggiungevano un mese breve di cinque giorni, come se avessero dovuto adattarsi a un cambiamento dell’orbita terrestre. Persino la Bibbia propone questa possibilità (Giosuè 10,12 e Abacuc 3,11) quando dice che Giosuè nella valle di Giosafat sul monte Gabaon alzò la mano e pregò che il Sole si fermasse e non tramontasse; e questo avvenne e dovette essere tramandato dalle scuole iniziatiche. Nella cultura pre-maya è riportato un episodio analogo e antitetico: «sembrava che la notte fosse raddoppiata e non finisse mai». E questo repentino cambiamento di orbita e della disposizione dei poli, passati da quello della baia di Hudson all’attuale, giustificherebbe anche, per esempio, la presenza di mammut congelati non decomposti con ranuncoli in fase di digestione nelle steppe della Siberia.
Per inciso, e vista la decadenza nella comprensione dei simboli, vorrei citare un piccolo passo di Anthony de Mello: «Quando il guru si sedeva per le funzioni religiose, ogni sera arrivava il gatto del santuario e distraeva i fedeli; così egli ordinò che durante le funzioni serali il gatto venisse legato. Molto tempo dopo la morte del guru si continuava a legare il gatto durante le funzioni serali, e quando alla fine il gatto morì, portarono al santuario un altro gatto per legarlo debitamente durante le funzioni serali. Secoli dopo i discepoli del guru scrissero dotti trattati sul ruolo del gatto in ogni funzione correttamente condotta».
Quantificare il tempo
Dopo la bufala delle agenzie di viaggio di voler festeggiare l’inizio del terzo millennio il 1° gennaio 2000, e visto che noi abbiamo dieci dita e non nove (bufala peraltro già avvenuta il 1° gennaio 1900, quando l’imperatore d’Austria augurò al re d’Inghilterra buon Novecento e questi, con il tipico humor inglese, rispose che avrebbe conservato gli auguri per l’anno successivo), bisogna considerare da quando contare gli anni.
Questo del computo prosaico dei giorni è sempre stato un problema economico, politico e religioso:
- economico perché gli interessi cambiavano se i mesi erano più o meno lunghi;
- politico poiché poteva permettere di restare più a lungo al potere;
- religioso: il calendario, ad esempio, fu revisionato da papa Gregorio (con la bolla papale Inter gravissimas del 24 febbraio 1582) passando così dal 4 ottobre 1582 al seguente 15 ottobre 1582 per poter calcolare l’esatta data per festeggiare la Pasqua (che per i cattolici è la prima domenica dopo la luna piena susseguente l’equinozio di primavera). Naturalmente solo gli Stati sotto diretta influenza pontificia cambiarono calendario nello stesso periodo; gli Stati protestanti lo rifiutarono come un’imposizione papale. A mero titolo esemplificativo potremo ricordare che la Francia aderì quasi subito e passò dal 9 dicembre 1582 al 20 dicembre 1582; l’Inghilterra anglicana (compresi gli attuali Stati Uniti d’America) solo duecento anni dopo, infatti al 2 settembre 1752 seguì il 14. Altri Stati aderirono casualmente nel corso degli ultimi cinque secoli: la Grecia, per esempio, aderì solo nel 1924 (saltando dal 9 marzo al 23) e meno male che non c’erano problemi di coincidenze di treni, aerei o sincronizzazioni di computer.
Inoltre ogni religione, Stato o gruppo ideologico ha adottato un proprio calendario e/o una data iniziale differente dovuta a un evento per essi significativo. Anche qui, solo per esemplificare, il fantomatico 2000, secondo il computo di Dionigi il Piccolo che fece ricominciare il tempo dal 1° gennaio del 754 ab Urbe condita e chiamò questa data 1° gennaio d.C. anziché anno zero, è invece per il:
- calendario musulmano (dalla Egira di Maometto) il 1420
- calendario ebraico il 5760
- calendario romano ab Urbe condita il 2753
- calendario maya (4° baktun dal 3113 a.C. al 2012) il 5119
- calendario egizio (da Menes, 1° faraone della 1ª dinastia) il 6236
- calendario rosacrociano (da Akhenaton, XVIII dinastia) il 5833
- calendario greco (contava per Olimpiadi; la prima viene considerata quella del 776 a.C.)
- calendario dalla nascita reale di Cristo, probabilmente 4 a.C. (Erode) → 2004
- calendario massonico dalla fondazione del mondo → 6000
Un ulteriore paradosso nel nostro attuale sistema è che contiamo gli anni prima di Cristo in negativo e nessuno ci dice se prima del 1 d.C. c’era l’anno 1 a.C. o l’anno zero. Entrambi creano difficoltà logiche. Per esempio, se non consideriamo l’anno zero e ci mettiamo ipoteticamente nell’anno 4 a.C. e ci chiediamo che anno sarà tra otto anni, abbiamo una risposta immediata che è il 4 dopo Cristo, ma è fondamentalmente sbagliata perché bisognerebbe contare l’anno zero (che non esiste) e allora si avrà il 5 d.C. Ultimo paradosso, tralasciando i paradossi temporali dei fantastici viaggi nel tempo, è che contiamo gli anni prima di Cristo col segno meno ma i mesi sempre da gennaio a dicembre.
Il tempo in teoria dovrebbe essere iniziato e perciò conteggiato dal cosiddetto Big Bang (il famoso 000 000 000), ma per quanto la ricerca scientifica progredisca non siamo in grado di computare questo istante ma solo millesimi di secondo dopo l’evento.
Nel terzo secolo a.C. un sacerdote egizio di nome Manetone ricevette l’incarico di scrivere la storia d’Egitto. Egli asserì che l’Egitto venne gestito da sette grandi dei per 12.300 anni, a cui seguì la seconda dinastia di dei comprendente dodici sovrani che regnarono per 1.570 anni, la terza dinastia di trenta semidei regnò per 3.650 anni, a cui seguì un periodo di disordine di 350 anni che terminò con la riunificazione dei due regni ad opera di Menes, considerato il 1° faraone d’Egitto. È curioso notare che, comparando questa data a quella del calendario maya, si trova la stessa cifra: 3113 a.C. Mentre gli storici accettano la suddivisione in dinastie successive fatte da Manetone, non riconoscono quelle precedenti a Menes (come dire: fino a qui ha detto la verità, poi ha bevuto e ha incominciato a vaneggiare). Erodoto concorderebbe con l’insistenza dell’antico clero egiziano circa il fatto che un rovesciamento della polarità terrestre si fosse verificato almeno quattro volte durante il periodo cui si riferivano le loro registrazioni. E davano come data per una di queste inversioni circa il 10.500 a.C., data calcolata anche nel 1971 dagli scienziati svedesi Mörner, Lanser e Hospers sulla base di campioni geologici (risultati pubblicati sul New Scientist del 6 gennaio 1972, pag. 7) che coinciderebbe con l’inizio dell’era del Leone, esattamente opposta a quella che sta iniziando.
Lo spazio-tempo
La fisica moderna ha confermato, nel modo più incredibile, una delle idee fondamentali del misticismo orientale: tutti i concetti che usiamo per descrivere la Natura sono limitati, non sono aspetti della realtà ma creazioni della mente (maya). Le idee di spazio e tempo hanno invece un posto preminente nella nostra mappa della realtà. La fisica classica era basata sull’idea di uno spazio tridimensionale, indipendente dagli oggetti materiali in esso contenuti e regolato dalle leggi della geometria euclidea, che segnò perciò il centro di tutte le attività intellettuali e costituì la base dell’educazione filosofica. (Sulla porta dell’Accademia di Platone, in Atene, c’era scritto: «Non entri chi non conosce la Geometria»). La geometria era considerata la combinazione perfetta della logica e della bellezza e pertanto era considerata di origine divina. Di qui il detto «Dio è Geometra» (o Grande Architetto). La geometria euclidea viene rivoluzionata dopo duemila anni dall’opera di Einstein. La teoria della relatività ha dimostrato che lo spazio non è tridimensionale e il tempo non è un’entità separata: entrambi sono intimamente connessi e formano un continuo quadridimensionale chiamato «spazio-tempo».
Per poter codificare le variazioni di tempo l’umanità ha cercato metodi di misurazione sempre più precisi e che sono a tutt’oggi in continua evoluzione. Il tempo è oramai misurato sulle vibrazioni del cesio: 9.192.631.770 al secondo, per cui un anno è pari a 290.091.200.500.000.000 oscillazioni di cesio; ma anche questa ipertecnologica misura si è rivelata in pratica errata, poiché la fluttuazione della Terra scompensa troppa precisione e l’orologio al cesio deve essere periodicamente ritarato, se no alla fine il reticolo del tempo atomico diventa tanto erroneo quanto il vecchio calendario giuliano. A partire dal 1972 sono stati aggiunti quasi tutti gli anni secondi integrativi per ricalibrare questo sfasamento.
L’ultima importante limitazione è l’impressione soggettiva. L’uomo ha sempre costruito intorno a sé, nel corso dell’evoluzione, dei muri concettuali che poi non riusciva più a superare: le Colonne d’Ercole, il volo di oggetti più pesanti dell’aria, la velocità del suono. L’attuale limite è che la velocità della luce non può essere superata. Ma, come recita il quarto postulato della teoria della relatività di Einstein, la velocità della luce non può essere superata solo se vista da parte di un osservatore frontale. Il superare questo dogma aprirebbe nuove strade nel rapporto tra spazio e tempo.






