
C’è un confine sottile tra prendersi cura di sé e diventare schiavi dell’immagine che si ha di sé; ed è proprio lì che lo sport, da strumento di benessere, può trasformarsi in un’ossessione.
Esistono discipline nelle quali l’estetica è parte integrante della competizione e, in quel contesto, inseguire risultati fisici ed estetici ha perfettamente senso. Il problema nasce quando l’estetica smette di essere una scelta e diventa una necessità.
Quando ogni pasto viene pesato, ogni allenamento diventa imprescindibile, il riposo genera sensi di colpa e ogni centimetro del corpo diventa un giudizio sul proprio valore, forse non parliamo più soltanto di sport; parliamo di insicurezza travestita da disciplina.
Il corpo diventa sempre più forte mentre la persona diventa sempre più fragile. Le relazioni si restringono, le amicizie ruotano intorno a calorie e allenamenti; persino l’amore può diventare incompatibile.
E mentre si costruisce un corpo perfetto, si rischia di impoverire ciò che rende ricca un’esistenza: spontaneità, relazioni, leggerezza e accettazione di sé.
Perché quando il corpo diventa il centro di ogni pensiero, non è più lui a stare al servizio della persona; è la persona a mettersi al suo servizio. Non c’è nulla di sbagliato nel voler essere belli, forti e allenati, ma quando raggiungere quella forma diventa indispensabile per sentirsi abbastanza, cambia tutto.
A quel punto non si tratta più di benessere, ma di un rapporto nervoso e malsano con il proprio corpo, nell’illusione che perfezionare ciò che appare possa finalmente colmare ciò che, dentro di sé, continua a mancare.





