
Da diverso tempo non si sente che parlare di soli due scenari bellici: l’Ucraina e il Medio Oriente. Nonostante ciò, diversi sono in conflitti nel mondo che portarono Papa Francesco a definire l’attuale situazione una “guerra mondiale a pezzi”. Ebbene, i media mondiali sembrano essersi dimenticati di uno di quei pezzi: Il Sudan.
Il Sudan è oggi un Paese spaccato in due, teatro della più grave crisi di sfollamento e carestia del pianeta. Entrato nel suo quarto anno di guerra civile, il conflitto tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan e i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF) sotto il comando di Mohamed Hamdan Dagalo (detto “Hemetti”) ha provocato oltre 150.000 morti. Più di 14 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case, trasformando il Sudan in un immenso fallimento politico e umanitario nel cuore dell’Africa.
Il Casus Belli: l’ambizione di due generali
Il conflitto esplode violentemente il 15 aprile 2023 a Khartoum. Ilcasus belliimmediato è il disaccordo insormontabile sui tempi e le modalità di integrazione delle RSF nell’esercito regolare.
Dopo aver collaborato nel 2019 per destituire il dittatore Omar al-Bashir e nel 2021 per rovesciare il governo civile di transizione con un colpo di Stato, l’alleanza tra al-Burhan e Hemetti si è incrinata. La riforma del settore della sicurezza, caldeggiata dai mediatori internazionali per restituire il potere a un esecutivo civile, richiedeva che i paramilitari della RSF confluissero sotto il comando unico dell’esercito. Al-Burhan pretendeva un’integrazione rapida (in due anni), mentre Hemetti esigeva un processo dilazionato in dieci anni per preservare la propria autonomia e l’immenso impero economico derivante dal controllo delle miniere d’oro. Il mancato accordo si è trasformato rapidamente in una guerra aperta per il controllo assoluto dello Stato.
L’excursus storico: le radici del caos
Per comprendere la fragilità strutturale del Sudan è necessario guardare alla sua storia post-coloniale, segnata da un’alternanza cronica tra brevi parentesi democratiche e lunghi regimi militari.
- L’indipendenza e le prime guerre civili (1956-2005): Fin dalla nascita della repubblica, il potere politico ed economico è rimasto concentrato nelle mani delle élite arabe del nord (Khartoum), penalizzando le periferie africane e animiste del sud e dell’ovest. Questa asimmetria ha alimentato due lunghissime guerre civili tra il Nord e il Sud del Paese (1955-1972 e 1983-2005), culminate nel 2011 con l’indipendenza del Sud Sudan.
- La dittatura di al-Bashir e il dramma del Darfur (1989-2019): Nel 1989 sale al potere con un golpe Omar al-Bashir. Quando nel 2003 le popolazioni non arabe del Darfur insorgono contro la marginalizzazione economica, al-Bashir risponde armando le milizie nomadi arabe note comeJanjaweed(“demoni a cavallo”). I Janjaweed perpetrano un massacro sistematico, etichettato dalla comunità internazionale come genocidio.
- La genesi delle RSF: Nel 2013, per istituzionalizzare e controllare queste milizie, al-Bashir le trasforma ufficialmente nelleRapid Support Forces(RSF), ponendole sotto la guida di Hemetti. Le RSF diventano una sorta di guardia pretoriana del regime, arricchendosi con il traffico di migranti e la vendita di mercenari all’estero, fino a diventare un esercito parallelo più agile e spietato di quello regolare.
L’attualità del 2026: un Paese diviso e martoriato
Oggi il Sudan è de facto diviso in feudi geografici e militari. Secondo i report sul campo del Timeline of the sudanese civil war (2026) e le analisi geopolitiche di Al Jazeera, le linee del fronte si presentano così:
- Le SAF (Forze Armate regolari) controllano la capitale Khartoum, gran parte del nord, del centro e dell’est del Paese, con la base amministrativa temporanea stabilita a Port Sudan.
- Le RSF (Paramilitari) controllano la quasi totalità dell’ovest, inclusa la martoriata regione del Darfur, e continuano a stringere la morsa sulla cruciale area del Kordofan.
I dettagli emersi dai report delle Nazioni Unite descrivono un panorama desolante: l’uso massiccio di droni forniti da attori esterni ha intensificato i bombardamenti sulle infrastrutture civili (scuole, ospedali e campi di accoglienza ad El Obeid). Le violenze sessuali di matrice etnica sono impiegate come arma di pulizia etnica in Darfur. Nel frattempo, l’organizzazione Medici Senza Frontiere denuncia il collasso totale del sistema sanitario, aggravato da una grave epidemia di colera.
Previsioni per il futuro: la trappola della frammentazione
Le prospettive di una risoluzione pacifica a breve termine rimangono estremamente ridotte, principalmente per due ragioni:
- Lo stallo militare e l’internazionalizzazione: Né le SAF né le RSF dispongono della forza necessaria per sconfiggere definitivamente la controparte sul campo di battaglia. Al contempo, il conflitto è alimentato da reti di sponsorizzazione esterne. I paramilitari della RSF beneficiano del sostegno logistico di attori regionali (tra cui gli Emirati Arabi Uniti e reti mercenarie), mentre l’esercito regolare riceve appoggio da Paesi come l’Iran e l’Egitto. Questa ramificazione internazionale rende i due generali sordi ai tentativi di cessate il fuoco promossi dall’ONU.
- Il rischio di “Somalizzazione”: Lo scenario più probabile a medio termine non è la vittoria di una fazione, bensì una frammentazione cronica dello Stato. Il Sudan rischia di scivolare in una condizione di instabilità perenne, diviso in feudi controllati da signori della guerra, milizie tribali e sigle jihadiste opportuniste.
Se la comunità internazionale non imporrà un embargo totale e stringente sulle armi ad entrambe le fazioni, il Sudan cesserà di esistere come Stato unitario, trasformandosi in una terra di nessuno e proiettando instabilità geopolitica ed enormi flussi migratori verso l’intero bacino del Mediterraneo, Italia in primis.








