
VANGELO
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
RIFLESSIONE
Il campione ciclista Gino Bartali, al tempo del Nazismo,
nascondeva nella canna della bicicletta del materiale
per preparare documenti d’identità falsi per salvare vite ebree
evitando la deportazione nei campi di concentramento.
Il cardinale Elia Dalla Costa gli aveva chiesto di essere
“un messaggero alato” di questa rete clandestina di soccorso
fingendo allenamenti tra Firenze e Assisi.
Il rischio era molto alto. Lascia scritto al figlio Andrea:
“Il bene si fa ma non si dice. Le medaglie più belle
e importanti si appendono all’anima e non alla giacca”.
Ha saputo essere un campione di virtù quanto di bicicletta.
“Date a Dio ciò che è di Dio e a Cesare ciò che è di Cesare”
chiede di essere “campioni di laicità”. È un impegno tosto.
San Paolo offre tre criteri (nella 2a lettura della Messa):
1) l’operosità della fede, cioè cercare il benessere che viene
dall’essere-bene, trasformando gli ideali in situazioni;
2) la fatica della carità, cioè gestire la fatica nelle relazioni
per diventare fomentatori di dialoghi e facilitatori di progetti;
3) la fermezza della speranza cioè la scelta di mai rassegnarsi
al peggio e di mai adeguarsi al grigiume della mediocrità.
Papa Leone (a cui va il nostro affetto in questo momento
di sofferenza con la preghiera che si ristabilisca presto)
la chiama “sana laicità” applicandola all’oggi:
“Come cattolici possiamo e dobbiamo dare un contributo,
affinché tutti (soprattutto i giovani), acquisiscano capacità di
pensiero critico e crescano con una sana laicità nella libertà
dello spirito. È sempre più urgente introdurre nei sistemi
educativi un’alfabetizzazione mediatica [valoriale e affettiva],
soprattutto nel campo dell’intelligenza artificiale. Quanto è
importante salvaguardare le capacità unicamente umane!
Essere radicati nei valori del Vangelo è coltivare apertura,
ascolto, confronto con quanti provengono da altre ispirazioni,
ponendo al centro la persona umana, la sua dignità e la sua
costituzione relazionale e comunitaria. La dimensione
religiosa, quando è autentica e ben coltivata, conferisce
qualità ai rapporti interpersonali e aiuta molto a formare
le persone a vivere in comunità e nella società”.
Dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio
è allora un’idea sorprendentemente moderna di laicità
che alimenta la libertà di pensare, di volere, di scegliere.
Innanzitutto bisogna capire chi sono i “Cesare” della vita.
A volte sono i “si deve” (ruoli, compiti, famiglia, lavoro).
Altre volte sono gli “uffa” (doveri, impegni, costrizioni).
Possono esserlo però anche i “perché” (le ragioni o gli ideali).
Dare a Cesare quello che è di Cesare è assumere la capacità
di dare una risposta di qualità ai “si deve”,
di dare una scossa agli “uffa”,
di dare una direzione ai “perché”.
Invece dare a Dio quello che è di Dio è capire che la fede
non è una decorazione da aggiungere per essere più buoni,
ma è il senso che illumina e il valore che dà forza
alla realizzazione di se stessi, grazie a quella sana laicità
che nelle pedalate della quotidianità, in salita o in discesa,
si dimostra in quelle medaglie preziose e coraggiose,
che non luccicano come patacche ma fanno brillare occhi
e cuore. Queste si appendono all’anima e non alla giacca.







