
Most of the Time: la lezione di grazia e leggerezza della cantautrice Jackie Evans
Tecnica pianistica e vocale impeccabili, scrittura raffinata e zero scorciatoie social: perché l’album di debutto dell’artista newyorkese è un modello di eleganza e autenticità di cui la musica oggi ha bisogno.
In un panorama musicale spesso saturo di produzioni fatte a tavolino e di personaggi costruiti per fare rumore sui social, l’esordio discografico di Jackie Evans, Most of the Time, è una vera boccata d’aria fresca. Lo dico da persona che di musica vive, come compositore e come docente che ogni giorno cerca di trasmetterne la bellezza ai propri studenti: questo lavoro racchiude qualcosa di raro.
La prima cosa che colpisce è il suo modo di porsi. In un mondo che urla per farsi notare, la giovane cantautrice newyorkese si distingue per discrezione ed essenzialità: rifiuta la spettacolarizzazione dell’immagine e le scorciatoie estetiche, e lascia che a parlare sia prima di tutto la musica. Una pacata ironia la rende subito simpatica e ti fa sentire in sintonia con lei, quasi fosse un’amica di vecchia data. Insieme alla sincerità dei testi, questo stile sobrio ti invita a un rapporto intimo: è come se ti aprisse le porte di casa e ti affidasse il suo diario.
È questo spirito a definire l’anima dell’album: un disco leggero, frizzante e piacevolissimo, ma mai superficiale. Ti accompagna con il sorriso e, allo stesso tempo, tocca corde emotive autentiche. Sul piano musicale e tecnico emergono tre virtù.
Una tecnica pianistica impeccabile. È lei a sedersi al pianoforte, e si sente che lo suona in modo eccellente: non è un semplice strumento di supporto, ma la spina dorsale della sua musica. Basta cercare su YouTube una delle sessioni dal vivo in cui canta e si accompagna da sola per capire quanto la sua proposta sia autosufficiente: Jackie esprime tutto il suo pensiero musicale, e i brani sono già compiuti ed efficaci nella sola veste di voce e pianoforte.
Una vocalità ricca e raffinata. Il timbro è pulito, l’intonazione straordinariamente precisa, la maturità evidente. Ma la vera magia sta nel non sentire mai il bisogno di esibire queste doti con virtuosismi o acrobazie da diva: ogni nota, ogni flessione, ogni sfumatura è usata con rara misura, al servizio della canzone e dell’emozione.
Una scrittura efficace e mai banale. Da insegnante mi capita spesso di analizzare la struttura dei pezzi, e qui le scelte compositive non sono mai scontate. Leave You ne è l’esempio perfetto: scorre con la precisione di un meccanismo ben oliato e, appena finisce, viene voglia di riascoltarla e di ricantarla, perché ti conquista subito e ti resta in testa. Eppure non scade mai nella facilità del tormentone: è un ascolto immediato, ma di grande gusto e di grande mestiere.
Proprio perché i brani nascono autonomi, ritrovarli arricchiti da arrangiamenti curati è un valore aggiunto notevole. La tracklist conta nove tracce, ma i brani sono in realtà sette: Sleep For Days e Leave You tornano in chiusura in una seconda versione, la «Vulf Version»: trascinante, realizzata con Vulfmon e con il meraviglioso basso di Joe Dart. Vulfmon è l’alias di Jack Stratton, leader dei Vulfpeck, che qui si conferma un ottimo produttore. È un piacere ascoltare la musica di Jackie impreziosita dal contributo di musicisti straordinari.
Ciò che conquista davvero, però, è l’atmosfera di intesa che si respira tra le note. Non si avverte soltanto la perizia degli esecutori, dalle linee di basso di Bobby Wooten e Sam Weber alla batteria di Jordan Rose, ma anche un sincero legame di complicità tra Jackie, i musicisti e il team di produzione: l’ascolto diventa il racconto di un gruppo di amici affiatati che fanno musica insieme con gioia.
Si potrebbe obiettare che il lavoro non porti nulla di rivoluzionario, e su questo si può anche concordare: le influenze sono evidenti e variegate, e tra queste c’è anche il richiamo a giganti come Billy Joel. Ma la forza di Most of the Time sta proprio qui: non nasce con la presunzione di rifondare un genere, ma con la sincera intenzione di offrire qualcosa di bello, vivo e duraturo. È un disco pensato per fare da colonna sonora alla quotidianità, con leggerezza ma, insisto, senza superficialità.
Chi vuole capire fino in fondo quanto sia vera questa musica dovrebbe ascoltarla dal vivo. In queste settimane Jackie è in tour, soprattutto in Nord America, e quasi ovunque registra il tutto esaurito. Farà anche una breve incursione nelle isole britanniche, con due date a Londra, all’Hoxton Hall, il 30 novembre e il 1° dicembre, e una a Dublino, al Workmans Club, il 4 dicembre. Se ti trovi da quelle parti, informati sui biglietti e vai a vederla: ne trarrai grande piacere.
Most of the Time riesce nell’impresa di essere immediato, fresco e godibile fin dal primo ascolto, senza mai scendere a compromessi sulla qualità. Lo raccomando a chiunque ami la musica autentica e suonata per davvero. Ai miei studenti lo indico come esempio di come studio, talento ed eleganza possano tradursi in pura bellezza senza bisogno di strillare; agli appassionati lo suggerisco come un porto sicuro in cui riscoprire il valore delle cose fatte bene, con grazia, ironia e autenticità. Un esordio splendido.








