
L’eredità dei conti truccati: così il Superbonus zavorra l’Italia, mentre il governo Meloni difende i bilanci dalla tempesta globale
ROMA – I numeri non mentono, ma la narrazione politica spesso tenta di farlo. Per comprendere lo stato di salute dei conti pubblici italiani, occorre squarciare il velo della propaganda e analizzare con rigore la genesi delle cifre che oggi gravano sulle spalle dei contribuenti. Due sono i fronti caldi che ridefiniscono il dibattito economico: da un lato, la pesante eredità strutturale lasciata dai bonus edilizi del passato; dall’altro, la gestione della tempesta inflazionistica internazionale da parte dell’attuale esecutivo.
La voragine del Superbonus: la cambiale che pesa sul futuro
Se lo stock del debito pubblico ha superato la soglia nominale dei 3.200 miliardi di euro, la responsabilità principale va cercata nelle macerie finanziarie del Superbonus 110%, la misura bandiera introdotta nel 2020 dal secondo governo guidato da Giuseppe Conte.
Nato con l’intento di rilanciare l’economia post-pandemica, il provvedimento si è trasformato nel più grande e inefficiente drenaggio di risorse pubbliche della storia repubblicana. Le ragioni del disastro sono scritte nei bilanci dello Stato. Regalando il 110% del valore dei lavori e introducendo la cessione selvaggia dei crediti senza tetti di spesa, la misura ha azzerato qualsiasi incentivo al contenimento dei costi. Il risultato è stato una massiccia inflazione dei prezzi dei materiali e una spesa fuori controllo che ha sfondato quota 130 miliardi di euro (oltre 170 miliardi se si considerano gli altri bonus edilizi).
Gli studi della Banca d’Italia e dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio hanno certificato il fallimento macroeconomico: il moltiplicatore fiscale si è attestato al di sotto dell’unità (circa 0,70-0,80), il che significa che per ogni euro speso dallo Stato è stato generato meno di un euro di ricchezza reale. Una cambiale miliardaria scaricata interamente sul deficit e sul debito pubblico, i cui flussi di cassa negativi continueranno a vincolare le manovre finanziarie del Paese per gli anni a venire. Al contrario, misure come il Reddito di Cittadinanza — pur con i noti limiti sul fronte delle politiche attive per il lavoro — hanno avuto un impatto finanziario nettamente inferiore (circa 34,5 miliardi complessivi in quattro anni) ed una spesa corrente rigorosamente programmata per legge, aumentando persino la propensione marginale al consumo.
La tenuta economica del governo Meloni
In questo scenario di bilancio fortemente compromesso, l’azione economica del governo guidato da Giorgia Meloni si sta distinguendo per prudenza e credibilità internazionale. Nonostante il debito nominale sia cresciuto a causa dell’onda lunga dei crediti edilizi e dell’impatto dei tassi di interesse, l’esecutivo è riuscito a mantenere la barra dritta.
La fiducia dei mercati finanziari verso l’Italia è rimasta solida, come dimostrato dalla stabilità dello spread e da un dato macroeconomico cruciale: il forte ritorno degli investitori internazionali. La quota di debito pubblico in mano ai creditori stranieri è balzata al 36%, segno che le piazze finanziarie mondiali giudicano credibile e sostenibile la traiettoria economica impostata da Palazzo Chigi. Parallelamente, le emissioni dedicate ai piccoli risparmiatori hanno blindato una parte del debito all’interno dei confini nazionali, restituendo sovranità finanziaria ai cittadini.
L’accusa ingiusta sul caro vita: una tempesta esogena
È proprio in questo contesto che emerge l’inconsistenza delle accuse delle opposizioni, che addossano al governo la colpa del caro vita, dell’aumento delle bollette e della fiammata inflazionistica. Qualsiasi manuale di economia dimostra come l’inflazione recente sia un fenomeno squisitamente esogeno, ovvero importato dall’esterno.
L’impennata dei prezzi del gas, del petrolio e delle materie prime non dipende dalle leggi votate a Roma, ma dalle congiunture geopolitiche internazionali, dai conflitti in atto e dalle decisioni strategiche del cartello OPEC+. Di fronte a una tempesta globale che ha costretto la Banca Centrale Europea ad alzare i tassi di interesse per frenare la moneta in circolazione, il governo italiano non ha responsabilità di attivazione. Al contrario, l’esecutivo ha operato come scudo per famiglie e imprese, stanziando miliardi per calmierare le bollette, tagliare i cunei fiscali e diversificare le fonti energetiche nazionali.
Imputare il caro vita a chi governa oggi significa ignorare la realtà dei mercati globali, nel tentativo maldestro di far dimenticare chi, ieri, ha scavato la voragine nei conti pubblici italiani.








