
L’Impero romano non è mai esistito: la Repubblica che non è mai finita
Dimenticate i libri di scuola e i film di Hollywood. Roma non ha mai avuto un “Imperatore” nel senso moderno della parola, né la Repubblica è mai morta con Giulio Cesare. Ecco perché la storia che ci hanno raccontato è profondamente diversa dalla realtà.
ROMA – Siamo abituati a dividere la storia di Roma in due grandi blocchi: prima la Repubblica, ordinata e democratica, e poi l’Impero, l’epoca dei monarchi assoluti con la corona d’alloro. Ma se vi dicessimo che questa divisione è un’invenzione successiva? La verità storica è molto più affascinante: l’Impero Romano, inteso come monarchia, non è mai esistito. Roma è sempre rimasta una Repubblica.
Il malinteso della parola “Impero”
Per capire questo cortocircuito storico bisogna fare un salto nel significato delle parole. Oggi, quando pensiamo all’Impero Romano, immaginiamo un re supremo che domina sul mondo conosciuto. Per i romani, invece, la parola imperium significava semplicemente il “potere di comando”, in particolare la sfera di influenza militare e geopolitica che i magistrati esercitavano per conto dello Stato.
Roma aveva un imperium gigantesco già ai tempi delle guerre contro Cartagine, secoli prima della nascita di Gesù, quando a governare erano i consoli eletti dal popolo. Non c’è stato quindi un passaggio da Repubblica a Impero, semmai un’evoluzione: la Repubblica è passata da una gestione “consolare” a una gestione “imperiale”, espandendo i suoi confini geopolitici, ma senza mai rinnegare la sua natura repubblicana.
Augusto non era un re, ma il “Primo Cittadino”
Prendiamo il personaggio chiave di questa svolta: Ottaviano Augusto. La storia ce lo presenta come il primo imperatore. In realtà, Augusto guardò bene dal farsi chiamare re (rex), una parola che i romani odiavano profondamente.
Augusto non ha distrutto la Repubblica; l’ha semplicemente accentrata. Ha preso le vecchie cariche istituzionali repubblicane (il potere dei tribuni della plebe, il comando delle forze armate, la gestione delle province) e le ha concentrate nelle mani di un’unica persona. Si definiva Princeps, ovvero il “primo tra pari” all’interno del Senato. L’imperatore non era un monarca assoluto, ma un super-funzionario pubblico che governava in nome del Senato e del Popolo Romano (SPQR). Le istituzioni repubblicane, le elezioni e le magistrature hanno continuato a funzionare per secoli.
L’eredità universale: quando Greci e Tedeschi erano Romani
Questa straordinaria architettura politica ha generato un’eredità universale così potente che moltissimi popoli, nel corso dei secoli, non si sono limitati a imitare Roma, ma si sono sentiti intimamente e legalmente Romani. Prima dell’esplosione dei nazionalismi nell’Ottocento, l’identità nazionale come la intendiamo oggi non esisteva: si era cittadini di un’idea politica universale. Per secoli, gli abitanti di lingua tedesca del Sacro Romano Impero si sono considerati i legittimi custodi della romanità occidentale, tanto che lo stesso Hegel nacque e visse a tutti gli effetti come cittadino del Sacro Romano Impero.
Allo stesso modo, i greci, fino all’avvento del nazionalismo ottocentesco, non definivano se stessi “ellenici”, ma Romioi (Romani). I primi patrioti greci che lottarono per l’indipendenza erano fermamente convinti che i loro antenati fossero i Romani d’Oriente, i legittimi eredi dell’imperio romano-cristiano di Costantinopoli.
La frammentazione della penisola italiana, dal Medioevo sino all’Unità d’Italia, rifletteva questa medesima e diffusa romanità plurale: il Nord Italia era integrato nel Sacro Romano Impero, lungo i secoli sotto l’egemonia delle sue rispettive dinastie, fino all’ultima casa d’Asburgo (non austriaci invasori quindi); il Centro era amministrato dal Romano Pontefice – che ereditò persino il titolo pagano di Pontifex Maximus risalente per linea diretta a Numa Pompilio – e il Sud Italia rimase a lungo sotto la diretta giurisdizione dei Romani d’Oriente, e successivamente dai vassalli dello stesso Romano Pontefice. Un’Italia apparentemente divisa; ma sempre fra diversi modi di amministrare e concepire politicamente la stessa comune identità-civiltà di riferimento, quella romana.
La penisola divenne così il teatro in cui le diverse anime di Roma si incrociavano, arrivando a vertici storici straordinari: nel VII secolo Siracusa divenne per sei anni la capitale ufficiale e residenza dell’imperatore romano d’Oriente Costante II, mentre nel XIII secolo Palermo divenne la culla del Sacro Romano Impero sotto la corte imperiale di Federico II di Svevia.
La romanità non è mai caduta: l’evoluzione fino al 1806
C’è quindi un altro grande mito da sfatare: la “caduta” di Roma nel 476 d.C. La civiltà romana non è crollata da un giorno all’altro sotto i colpi dei barbari. Si è semplicemente evoluta, trasformata e adattata lungo i secoli.
La concezione repubblicana e universale di Roma è sopravvissuta prima a Costantinopoli (l’Impero Romano d’Oriente) e si è poi rifugiata nel cuore dell’Europa con la nascita del Sacro Romano Impero. Questa lunghissima catena ideale e politica, che legava il potere politico alla legittimità di Roma, non si è spezzata nell’antichità, ma è arrivata intatta fino all’epoca moderna.
Il vero capitolo finale di questa millenaria Repubblica imperiale è stato scritto solo il 6 agosto 1806, quando Francesco II d’Asburgo-Lorena (nato a Firenze) ha sciolto ufficialmente il Sacro Romano Impero sotto la pressione di Napoleone. Solo quel giorno, dopo più di duemila anni, l’idea politica nata sulle sponde del Tevere ha smesso di esistere. Fino ad allora, in un modo o nell’altro, siamo sempre stati tutti cittadini della Repubblica di Roma.








