
La “Democrazia” come foglia di fico per giustificare guerre di aggressione.
Nel mio precedente articolo avevo esposto il mio modesto punto di vista sulla crisi, nei rispettivi settori, del metodo c.d. “democratico” e del metodo scientifico, oramai ridotti a mere tifoserie impregnate di fanatismo.
Ora allargheremo l’orizzonte dal piano interno a quello internazionale, per analizzare le interazioni biunivoche tra i fallimenti interni agli Stati e il tramonto dell’egemonia c.d. “occidentale”.
Non può prescindersi, per condurre un’analisi seria, da un breve inquadramento storico. Dal secondo dopoguerra sino alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, com’è ben noto, il mondo si è sostanzialmente diviso in due blocchi contrapposti, che incarnavano due sistemi economici e politici (interni) diversi. Non è questa la sede per approfondire l’apparente incompatibilità tra detti sistemi sino a risalire alla loro comune matrice ma mi riservo di farne oggetto di futuri articoli; ciò che, allo stato, mi preme sottolineare, è come nell’equilibrio dei blocchi contrapposti, assistiti entrambi dalla capacità di dissuasione atomica, si fosse trovato una sorta di ordine mondiale, pur turbato da gravissime crisi ma mai assurte al rango di veri e propri detonatori di un conflitto mondiale. Con il crollo del Paese capofila del modello socialista, per decenni ci si è crogiolati nell’illusione di un predominio mondiale incontrastato del sistema sopravvissuto, quello di stampo statunitense, caratterizzato dal capitalismo sempre meno controllato e indirizzato dai lacci e lacciuoli della politica sul piano economico e dal sistema rappresentativo sul piano politico.
Orbene, chiunque non sia accecato dalla propaganda non può non rilevare la singolare prossimità temporale tra il trionfo del sistema “occidentale” e lo scatenarsi di brutali conflitti, anche in Europa, continente preservato per oltre cinquant’anni dalla tragedia della guerra. Senza intendere, in questa sede, addentrarsi nel vespaio polemico delle responsabilità, che ci porterebbe ad arenarci nelle paludi di quelle opposte tifoserie che tanto mi ripugnano, credo vi siano alcune considerazioni idonee a godere della condivisione da parte di tutte le persone di buon senso.
Anzitutto, un potere senza contrappesi tende naturalmente a debordare e a farsi tirannico. Ciò vale sul piano interno quanto su quello internazionale. L’equilibrio tra blocchi di peso comparabile costituiva contro questa malattia un sano vaccino, cessato l’effetto del quale il morbo è esploso. La volontà delle classi dirigenti c.d. “neocon” di stravincere sull’antico avversario ha trascinato importanti regioni nel caos e nella guerra civile: basti pensare alla tragedia dellaexJugoslavia per convincersi di ciò. L’antico brocardo “divide et impera” è stato applicato, peraltro, malissimo da un Occidente a guidayankee, forse a causa di una radicale mancanza di concezione storica che ha portato ileaders(o presunti tali) del c.d. “primo mondo” a illudersi che per amministrare il globo fosse sufficiente la diplomazia della violenza cieca.
Ed è proprio sul concetto di violenza, che in tema di rapporti internazionali si traduce con “guerra”, e sulle sue implicazioni con la “democrazia”, che si intende qui appuntare l’attenzione.
Con il processo di Norimberga, per la prima volta, i vincitori del secondo conflitto mondiale intesero travestire la vendetta da giustizia, sancendo che la guerra di aggressione costituiva un crimine sanzionabile da Corti internazionali.
Non appena affermato tale principio, entrambi i blocchi in cui si erano frattanto divisi i vincitori iniziarono a violarlo, addossandosi reciprocamente le responsabilità di dette violazioni per presentarsi ciascuno come il custode della legalità internazionale, costrettoobtorto colload intervenire militarmente per ripristinarla. Misero velo a coprire l’eterna ragion di Stato, ma nulla rispetto alla nauseabonda ipocrisia che sarebbe seguita al crollo del blocco socialista.
Ed invero, il blocco capitalista trionfante, non appena rimasto senza avversari capaci di contenerlo, ha iniziato a muovere guerra a tutti quei Paesi i cui Governi non accettavano di sdraiarsi ai piedi dei nuovi padroni. Sin qui, nulla di nuovo né di sorprendente. La storia umana è stata dai suoi albori segnata da identici costanti meccanismi.
Ciò che, invece, ha costituito unnovum, un salto di livello inedito, è la pretesa giustificazione che si è inteso fornire alle nuove guerre di sottomissione: l’esportazione della democrazia.
Ecco, quindi, che un sistema di governo interno, che ha mostrato e mostra i suoi enormi limiti ed ha sostanzialmente fallito la sua missione storica, almeno per come l’abbiamo conosciuto sinora, è divenuto ragione di pretesa superiorità etica e, conseguentemente, foglia di fico per giustificare l’aggressione violenta ad altri popoli.
In verità, non si tratta precisamente di una novità storica: agli albori del sistema “democratico” moderno si pone il movimento filosofico illuminista ed esso fu esportato in tutta Europa sulla punta delle baionette napoleoniche. Diversamente da quanto accaduto negli ultimi decenni, però, l’asserito regalo graziosamente concesso ai vinti con sopra un bel fiocco rosso sangue era un sistema di pensiero, unweltangschauung.
Oggi, invece, ci si limita a giustificare massacri e aggressioni imperialiste con un riferimento alla pretesa superiorità morale di un sistema di governo, che si risolve in un metodo di selezione della classe dirigente. Come se il sistema che vige da noi fosse infallibile, perfetto, ordinato da Dio, adatto a ogni popolazione del mondo, tanto da dover essere imposto a tutte a suon di bombe.
Questo è il paradosso: se democrazia significa pluralismo ma essa si è oramai negata sul piano interno diventando il nuovo dogmatismo, assistita da un potente braccio secolare di Inquisizione, ciò si è riprodotto esattamente negli stessi termini sul piano internazionale.
“Maestà, il popolo ha i figli menomati dalle bombe”. “Dategli urne (cinerarie) per votare”.
HeilDemokratie.







