
Seduta davanti a quel bicchiere Greta non sapeva cosa fare. Era tutto ordinariamente ed ordinatamente giusto, forse troppo, giusta la sua collocazione al bar e anche quella del locale stesso, l’aria piacevolmente frizzante le scompigliava dolcemente i capelli, aveva ordinato un succo di frutta esotica, che era quello che preferiva da sempre, fresco al punto giusto, da assaporare con lenta consapevolezza. Ma no, questa volta tutto era fuori posto e suonava come un accordo cacofonicamente emesso da un gruppo di orchestrali che producevano suoni dissonanti. Si sentiva come paralizzata davanti a quel che avrebbe dovuto bere. Eppure era avvezza ad andare da sola a prendersi qualcosa al bar, le piaceva a fine pomeriggio, soprattutto in primavera, quando si poteva restare fuori e farsi accarezzare dai primi tepori, accoccolarsi mollemente e, sorseggiando con calcolata lentezza la sua bevanda, fare il riassunto della giornata. Nulla doveva andare perso del vissuto quotidiano, per lei era scontato che la quotidianità diventasse una sorta di substrato su cui costruire sé stessi. E poi a caldo, nell’immediato temporale, era più facile elaborare quanto era successo, capire, valutare per non perdere nulla di nessuna esperienza vissuta, calcolare l’impatto lasciato da tutti quelli con cui era entrata in contatto nel giorno, i ritmi altalenanti se pur ripetitivi dei rapporti con i colleghi, con i soliti screzi dettati dalle sempre presenti dinamiche, inasprite dalla ripetizione degli stessi noiosi meccanismi, giorno dopo giorno. Le piaceva la piccola cittadina di provincia in cui era nata, era riuscita a beneficiare del bello dei rapporti che si creano nei piccoli centri, ma allo stesso tempo si era creata una bolla in cui restare protetta dalle altrui intrusioni. Ma oggi proprio non andava, c’era qualcosa che non funzionava nell’armonia cosmica, ne aveva la certezza pur non riuscendo ad individuarne né localizzazione né causa. Pensò di andare a casa a chiudersi in solitudine tra le mura amiche, avrebbe tra un po’ chiamato il suo ormai storico fidanzato per chiedergli di non vedersi quella sera. Era un po’ stanco quel rapporto, corroso, usurato, stava meditando di… Lentamente, dopo aver pagato quel che aveva consumato, quasi passeggiando indifferente sotto i consueti portici, sbirciando con disattenta curiosità le vetrine, passo dopo passo la meta si avvicinava. Eccolo lì il portone di casa, lieve incertezza, devo entrare? Automaticamente la mano infilò la chiave nella toppa del portone, niente ascensore, meglio un po’ di moto ed eccoci. Si lasciò cadere sul divano. Ma quel disagio ora si era fatto quasi tangibile, urgeva cercare di capire. Difficilissimo, cuore aritmico, erano passate un paio di ore dal suo rientro e in quel lasso di tempo non aveva fatto proprio nulla di nulla e tantomeno capito. Frugale cena senza voglia di mangiare, decise di bere un bicchiere di vino rosso, un buon vino dall’ aroma intenso, da capogiro e di gradazione diciamo generosa. Si ricordò di avere una bottiglia di Nero d’Avola in attesa di essere aperta, proprio quel che ci voleva, un vino siciliano così aromaticamente inebriante, con tutta la ricchezza del caldo di quella terra. Pensava che, pur non bevendo regolarmente, fosse meglio instupidirsi con un buon bicchiere di troppo piuttosto che ricorrere ai farmaci. Sì, quel malessere non la abbandonava, era sempre più costrittivo. Stappò la bottiglia, versò un po’ di vino in un calice e prima di iniziare ad assaporarlo fece comunque una generosa aggiunta a quanto già presente nel bicchiere. Sedette nella sua poltrona preferita, portò il calice alle labbra ed iniziò a sorseggiare dopo aver voluttuosamente catturato con le narici quell’essenza mediterranea. E così, piano piano, bicchiere dopo bicchiere, mezza bottiglia era sparita e cadde addormentata in un sonno senza sogni. Proprio quel che aveva cercato e allo stesso tempo sperato, cadere in un limbo amico che distogliesse dal peso e dal pensiero assillante di quel malessere cosmico ed irriducibile. Passarono così molte ore, come capita a chi non è così avvezzo a bere, dormì profondamente, senza cambiare posizione neppure di un soffio. Poi a d un tratto qualcosa la svegliò, i primi attimi confusi a cercare consapevolezza della realtà. Qualche battito di ciglia, un lieve allungo delle braccia ed eccola ben presente a sé stessa nonostante un lieve cerchio alla testa. Occorreva restare ancora un po’ seduta prima di testare l’equilibrio camminando. Che ora era? Si avvicinò al cellulare, sbirciò l’ora, era ancora notte fonda. Qualche passo un po’ barcollante, poi la posizione eretta divenne più stabile e sicura. Andò in cucina bevve due bicchieri di acqua e si fece un caffè bello potente. Ok ora capatina in bagno e poi, a forze ritrovate, si poteva finalmente tirare le fila di quella strana giornata. Nonostante la pausa di instupidimento le sue sensazioni erano rimaste uguali. L’ansia le cingeva la gola quasi fosse rappresentata da due mani che la stringevano non lasciando passare l’aria. L’unica cosa saggia che le restava da fare era cercare Marianna, l’amica con cui simbionticamente divideva, da sempre, la vita. Già però va bene l’ansia, ma mica si poteva rompere nottetempo facendo magari spaventare la poveretta. Si impose di cercare di trovare la calma imponendosi un respiro dapprima controllato che sarebbe poi diventato naturalmente regolare. La poltrona la accolse nuovamente tra i suoi rassicuranti braccioli, fece posto al suo fisico, ma soprattutto alla sua anima dolente. Lì di nuovo accoccolata ma sobria, si abbracciò le ginocchia e restò in ascolto dell’infinito. Un leggero cambio di coscienza la invase, pur se presente a sé stessa, latente in un anfratto ed un po’ meno dolente c’era il malessere, quasi si fosse adattata a quella presenza scomoda, in fondo era quel che fisicamente succede quando si assume una posizione innaturale e ci si riesce un po’ ad aggiustare, ma soprattutto ci si abitua al disagio. Eterni ed animali meccanismi compensativi. Gli occhi chiusi, tepore rassicurante, stava albeggiando e la percezione della luce gradualmente più forte, la portò ad alzarsi e a prepararsi per andare al lavoro. Sì tra un po’ avrebbe telefonato a Marianna, per sapere come stava, se il dolore all’anima derivasse da lei. Dopotutto capitava sempre, quando una delle due aveva un malessere l’altra lo percepiva a distanza senza bisogno degli usuali contatti. Si accorse di essere in ritardo, doveva correre, avrebbe cercato l’amica più tardi. Al lavoro le solite incombenze che era solita affrontare con serietà ed efficienza la assorbirono completamente fino alla pausa pranzo, sempre acrobaticamente ritagliata in esiguo spazio temporale. Trovò comunque un varco per Marianna e la chiamò. Che strano! Il messaggio dell’operatore informava che il numero era inesistente. Si ripropose di riprovare più tardi, ora non c’era più il tempo. Arrivata la fine della giornata professionale, ok anche per oggi è andata, radunò i suoi effetti personali sulla scrivania, li mise in borsa e si diresse verso l’uscita. Oggi niente pausa al bar, ma non appena giunta in auto riprovò a telefonare. Stesso messaggio di prima: numero inesistente. Iniziava a preoccuparsi. A casa aveva un altro cellulare di riserva, appena arrivata lo accese e provò a comporre il numero che non voleva farsi raggiungere. Nulla da fare. L’amica viveva da sola, avevano solo una superficiale conoscenza in comune, un vecchio amico. Da qualche parte sicuramente aveva riportato il recapito telefonico, eccolo.
“Pronto, sei Paolo?”
“Sì, sono io, chi parla?”
“Ciao, scusa se ti disturbo sono Greta, l’amica di Marianna, vorrei solo sapere se la hai sentita di recente”
“Ci deve essere un errore, io non conosco nessuna Marianna…”
“Scusa se insisto, non ti ricordi di me? Abbiamo mangiato una pizza tutti e tre insieme un po’ di tempo fa”
“Le ripeto che non sono la persona che cerca ed ora mi scusi ma devo proprio andare”
La testa incominciò a ronzarle come se all’interno ci fosse uno sciame di vespe, tutto iniziò a girare vorticosamente Greta cadde a corpo morto sul divano. Marianna viveva sola, non aveva famiglia o amici che le aveva fatto conoscere, però aveva un lavoro. Era impiegata in una società di assicurazioni e a Greta era capitato di cercarla in ufficio qualche tempo fa. Cercò il contatto telefonico, chiamò, ma come era prevedibile era già chiuso. Impazientemente, trascorrendo una notte da incubo, aspettò il mattino successivo, andò più tardi al lavoro e trepidando compose il numero.
“Buongiorno Assicurazioni, in cosa posso esserle utile?”
“Scusi il disturbo, ma avrei urgentissima necessità di parlare con Marianna Lazzari, potrebbe passarmela per favore?”
“Lo farei volentieri, ma qui non c’è nessuno che risponda a quel nome.”
“Scusi, ma non è possibile, si tratta di una mia carissima amica e sono certa che lavori presso di voi”
“Mi dispiace molto, io lavoro in questa sede da più di venti anni e le posso assicurare che qui non c’è mai stata nessuna Marianna Lazzari. Arrivederci.”
CLIC. Telefonata interrotta. Non poteva essere tutto così irreale. Telefonò al lavoro e chiese un giorno di ferie per sopraggiunti improvvisi motivi personali. Non le restava che salire in macchina e andare nella cittadina distante una ventina di chilometri, andare a casa di Marianna e cercare di capire qualcosa in quel fitto mistero. Guidò nervosamente, veloce ma senza fare troppa attenzione a quel che faceva, l’ansia che la attanagliava non le lasciava respiro. Giunse in fretta sotto casa dell’amica, posteggiò, guardò le finestre che ben conosceva e si avvicinò all’ingresso. La sua mano si mosse automaticamente e suonò il campanello, solo dopo averlo fatto i suoi occhi lessero ed il nome non era quello della sua amica. La porta si aprì con uno scatto, lei entrò nell’androne salì le scale e una grassa signora di mezza età la aspettava sulla soglia.
“Cosa vuole signorina, non cerchi di propinarmi contratti vantaggiosi di gas o luce perché non ci casco”
“Mi scusi signora, sto solo cercando una mia amica che abita in questo appartamento”
“Per sua conoscenza sappia che io abito qui da quando la casa è stata costruita, per cui la inviterei a togliere il disturbo. Buongiorno”
Greta scese a rotta di collo le scale, andò in portineria e dopo aver posto la solita domanda si sentì rispondere che lì non c’era mai stato nessuno con quel nome. Andò verso la sua auto, salì, sedette e dopo qualche attimo fu scossa da conati di vomito che la costrinsero a scendere e che la lasciarono completamente spossata. Cosa stava succedendo? Mise in moto la macchina e piano piano ritornò sui suoi passi sperando in cuor suo che la sua casa non risultasse sparita o abitata da sconosciuti. Ma quello non capitò, entrò nel suo appartamento e decise che la prima cosa da fare era prendere gli scritti di quella inguaribile grafomane che era Marianna, tutto quel mucchio infinito di fotografie che le ritraeva insieme o da sole. Andò verso il cassetto dove conservava gelosamente quello specchio della sua anima.
Lentamente e con circospezione afferrò le maniglie e aprì il cassetto. Era vuoto.








