
Ha il cuore ardente la fucina dei Ciclopi
ove dai magli zampillano fontane di scintille
e temporali di fuoco scatena la forgia dei metalli.
Linfa di lava stilla dalle tue bocche, arcano Mongibello,
dal ventre enfiato dai turbini dei mantici.
Trionfa sulla materia inerte il divino fabbro, la cui gloria è cantata dai poeti,
e ora, qui, i suoi occhi sono incendi inestinguibili
i suoi palpiti boati sotterranei
la sua gamba zoppa crogiolo di una forza immane.
Han portato con sé dal Sud ciascuno il proprio mito (rimpianto di infanzie etnee)
imprigionato tra mura di cartone, stretto nei nodi di spago sfilacciati.
Lo interrogano ogni giorno.
Ed esso intona sempre la sua canzone, nutrita del fuoco
che le brume di settentrione non sanno estinguere.
Ma esso intona altrove quella canzone, che narra i colori del croco,
la brezza crepitante sui monconi di colonne,
la feroce grazia dell’antica sirena,
le prue offese dall’inquietudine del mare.
Ed esso ancora li sa consolare,
protesi nello sforzo dell’esilio
consunti nella condanna della lontananza.
Declina i tuoi nomi terribili, assetata dottrina del lavoro,
mentre inghiotti sciami di umani insetti,
larve inconsapevoli di albe e di tramonti,
per sempre occlusi nelle oscurità dei tuoi budelli.
Ora il silenzio è fatto:
si apre il fertile grembo della dea Industria
per generare alla notte nuove metalliche divinità
ormai immemori dell’incanto delle zagare.
Ed esse esigono sacrifici umani.







