
Joseph Conrad è morto il 3 agosto 1924. E se ogni occasione è buona per rispolverare un classico, quella che unisce il grande scrittore polacco-inglese al mese di agosto va sfruttata. Magari rileggendo il breve ma pulsanteTifone, uscito nel 1902.
Tifoneè composto di sei capitoli che, come accenna Claudio Gorlier nella edizione Bompiani, 1990 (da cui sono tratte le citazioni presenti in questo testo), sembrano alludere ai sei giorni della creazione.
Se questo assunto è valido, allora il tifone potrebbe rappresentare quel caos originario, il biblicoTohu e Bohuche precede e accompagna la creazione e dal quale nascono, via via che si compiono le separazioni, le forme del mondo. Ma Conrad restringe il campo e sembra voler usare il caos per separare e far nascere da quello sconquasso soltanto le componenti umane, ignote agli stessi uomini.
MacWhirr, il capitano, e Jukes, il primo ufficiale (che già nel nome sembra annunciare le giravolte successive), prima del tifone sono personaggi per così dire bidimensionali, ancora ‘increati’, definiti soltanto dalla loro grezza stoffa originaria. La potenza del caos non li ha ancora costretti a liberare la loro verità. Non sanno ancora chi sono, di preciso. Sanno soltanto di che pasta sono o credono di essere fatti.
MacWhirr viene descritto come un uomo composto di una stoffa primitiva, infantile, del tutto privo di attività speculativa, indifferente e anzi sospettoso nei confronti dei libri (questo sarà il suo ritornello), fedele soltanto alla realtà dei fatti, privo di immaginazione.
La natura di MacWhirr è di tipo geologico:
«Poiché il passato era passato e l’avvenire non esisteva ancora, gli eventi quotidiani in genere non richiedevano alcun commento… in quanto i fatti parlano per se stessi con travolgente precisione.»
MacWhirr è l’uomo che non ha ancora ricevuto la smagliante dotazione di parole, dotazione dalla quale nascono l’immaginazione, il pensiero, la proiezione, la logica, il desiderio.
Jukes, al contrario, è o si ritiene colto, è animato da una ipertrofia dell’io, presume di sé, si sente superiore, sogna, immagina e desidera e interpreta o anticipa la realtà.
Ci penserà il tifone a rimescolare le carte nei due uomini e a produrre i mutamenti necessari a rivelare la verità di ciascuno, separandola dalla versione precedente. Così, le acque che durante il tifone sono mescolate, che si uniscono, sopra e sotto, alla fine, separandosi, sveleranno le forme nuove del mondo.
Nel secondo capitolo, MacWhirr si delinea un po’ meglio. Sembra ancora un uomo ottuso, ma cominciamo a pensare che in realtà sia più che altro un misuratore di parole. Non si fida del linguaggio, questo è certo. È come se sapesse che le parole hanno il potere di modificare la realtà, o meglio di modificare la percezione che si ha della realtà.
Ma soprattutto, in questo capitolo, il capitano mostra un primo mutamento: ha uno scatto d’ira inatteso, che Jukes registra, stupefatto. Ma alla fine del capitolo, MacWhirr, pur sconcertato dall’inaudito calo di pressione atmosferica, mai visto a memoria d’uomo, si limita a dire, osservando il barometro: «Non è uno scherzo».
Da questo punto inizia la danza delle metamorfosi, degli scambi. All’inizio del terzo capitolo, infatti, lo stesso Jukes usa la formula dell’altro: «Non è uno scherzo». Sembra quasi che si renda conto che le sue speculazioni, la sua immaginazione e i suoi libri potrebbero non essere utili, di fronte alla verità del caos, e abbia già deciso di assorbire in parte i modi d’essere di MacWhirr, partendo magari dal suo scarno lessico. Sta iniziando la metamorfosi, per entrambi. Con quella formula, il timido, opaco MacWhirr comincia a vestire i panni della guida che non teme nulla, panni che forse non sapeva nemmeno di possedere. Jukes, invece, dopo quella frase, inizia un processo opposto (ci sembra di ricordare Raskolnikov, in quella sua baldanza da uomo superiore che però, scontrandosi con la verità, vacilla e crolla?), nel quale la sua superbia evapora di fronte alla potenza del vero.
Il concreto MacWhirr, poco incline a immaginare e perciò poco incline a provare paura, dato che la paura è sempre un prodotto dell’immaginazione, affronta la novità di quel tifone mai visto prima senza arretrare e pensando soltanto alle azioni pratiche da compiere.
Il colto e fantasioso Jukes, invece, dotato dei suoi robusti marchingegni intellettuali, di fronte alla potenza della natura non sa quali pensieri opporre, quali decisioni prendere, perché il tifone gli mette paura e indebolisce la fiducia in sé.
Nel punto più alto della lotta contro il tifone, MacWhirr e Jukes si stringono, si abbracciano, si tengono stretti l’uno all’altro. E Conrad insiste a lungo su questo contatto protratto e ripetuto. Sembra dirci che forse quei due sono una creatura sola, un uomo doppio (sentiamo aria di Stevenson?), con un lato solido e primitivo, quello di MacWhirr, impastato con materiale muto come la natura, e con un altro lato così evoluto, così verniciato di cultura e di immaginazione da non saper più dialogare con la realtà e con sé stesso, quando il momento diventa duro.
Quando il tifone giunge al culmine, Jukes tende ad arrendersi, MacWhirr, invece, non immagina quella possibilità. Jukes si lascia andare, abbandona la lotta, entra in uno stato letargico, mentre MacWhirr pensa alla perizia di chi ha costruito la nave, alle macchine che la governano, perché lui ha fiducia nella meccanica, nella resistenza umana, nella forza del nostromo, che Jukes giudica come un bruto muscoloso e imbecille. Jukes, debilitato dalla furia del vento e del mare, entra in quello stato di torpore che precede la morte e che la fa desiderare. Ha smesso di combattere e attende la fine.
Intanto, MacWhirr pensa ai cinesi, che sono là sotto. Si preoccupa di che cosa sia più giusto fare. E la cosa giusta da fare, anche se dovesse morire nei cinque minuti successivi, è inviare Jukes, che continua a restargli abbracciato, a mettere ordine nella stiva. Così, in quel lungo infinito abbraccio, è come se una parte di MacWhirr passasse, per osmosi, a Jukes. L’uomo senza immaginazione gli infonde il coraggio e la rabbia necessari per riprendersi, per reagire, per scendere fra i cinesi. In quel momento, è come se MacWhirr avesse insufflato la vita a Jukes. Non la vita intellettuale, immaginaria, ma quella biologica, la vita della necessità, la vita che si alimenta con la vita, la vita della sopravvivenza a ogni costo, la vita che spinge alla vita senza trucchi e senza filtri, senza sofismi, la vita dell’inizio, fisica, necessaria, elementare. La vita delBereshit. Jukes capisce che ha avuto bisogno di quel contatto fisico con MacWhirr. E quando parte per eseguire l’ordine percepisce la cesura del distacco:
«Jukes sapeva soltanto che il braccio (di MacWhirr) era scomparso dalla sua spalla».
Jukes, trasformato da MacWhirr nell’uomo nuovo, ora è un bambino senza preconcetti che sta conoscendo sè mettendosi alla prova. Jukes supera la prova, tiene a bada la situazione, mostra forza e valore.
«Non si lasci scoraggiare da niente»
gli dice MacWhir, quando il tifone riprende a ruggire. E Jukes sente davvero il soffio:
«Chissà per quale motivo, Jukes provò un empito di fiducia, una sensazione che proveniva dall’esterno come un alito caldo, e lo faceva sentire all’altezza di qualsiasi situazione.»
Conrad non ci racconta in diretta la fase finale della battaglia, quando la nave, uscendo dall’occhio del ciclone, dovrà riaffrontare la furia. Noi però sappiamo come ha fatto ad attraversare la prima fase, non abbiamo bisogno di altro. Il capitolo finale ci mostra la nave in porto, a pezzi, e gli uomini devastati dalla fatica. E scopriamo dalle lettere, che il capitano MacWhirr ha trovato il tempo di risolvere al meglio anche la ripartizione del denaro fra i cinesi, dopo che tutti i loro averi si erano mescolati.
Il tifone è passato, ma il tifone, sembra dire Conrad, deve produrre un mutamento. Il tifone di Conrad corrisponde al secondo giorno delBereshit. Il tifone serve a separare, in noi, le acque di sotto da quelle di sopra, o quantomeno a riconoscerle in noi, per fronteggiare gli eventi. Il tifone deve trasformarci e portarci un passo più vicino alla verità di noi stessi, alla morte delle pose, degli inganni, degli artifici mentali. Come accade a Jukes. Il tifone elimina le scorie e le sovrastrutture, ci riporta alla condizione concreta della vita che insegue la vita.
Tifoneci ricorda che le paure e le tragedie vanno affrontate con la parte di noi più vicina a MacWhirr, la parte antica, primitiva, quella che resta immobile nel pericolo senza lasciarsi travolgere dall’immaginazione. La paura, suggerisce Conrad, è in gran parte un prodotto dell’immaginazione, è un esercizio della capacità speculativa, è il movimento mentale di chi è allenato, grazie alla parola e ai libri, a vedere e proiettare scenari futuri. Conrad ci segnala che la paura, negli esseri umani, è un effetto collaterale della ricchezza lessicale, della cultura. Jukes è colto, detiene un patrimonio di immaginazione e di parole che permettono la fantasiosa creazione di molti sviluppi possibili e tragici. MacWhirr non ha letto libri, la sua dotazione lessicale è minima, perciò è privo di immaginazione. Di conseguenza si attiene al dato della realtà, senza eccessi emotivi prodotti dalle fantasticherie.
In noi c’è un Jukes, spocchioso e presuntuoso, e c’è un MacWhirr, semplice e taciturno? Quel lunghissimo abbraccio sulla plancia della nave, teso e iniziatico, sembra indicarlo: i due sono una persona sola.
Il Jukes che è in noi gode dei benefici della parola, dell’immaginazione, si arricchisce di letture, di arte, di musica, di buoni apparati lessicali, si raffina ed evolve. Ma più evolve, più diventa siderale; più evolve più si rende disponibile ad alimentare la paura, proprio a causa di quella evoluzione lessicale e immaginativa.
MacWhirr è percorso soltanto dalla linfa vitale, il cui obiettivo e semplicemente garantire la vita alla vita. Il pericolo parla con la parte più antica di noi, perciò tocca a MacWhirr affrontarlo, vale a dire alla parte di noi che non si lascia sedurre dalle fantasie, che sta ferma e immobile nel cuore della realtà senza proiettare scenari di morte (una persona senza capacità speculative è quasi ignara dell’idea della morte, perciò è poco incline a lavorare di fantasia).
Insomma, Stevenson ci ha detto che dentro di noi ci sono più persone (in realtà sono immagini, come poi ci spiegherà Hillman). Conrad ci consiglia di andarle a cercare, di separarle e di saperle mettere in scena secondo il momento e il bisogno.







