
Il gruppo di artisti Futuristi che si è raccolto a Torino intorno a Fillìa (Luigi Colombo, 1904-1936) vanta pittori di grande caratura, che hanno dato vigore e lustro a tutto il Movimento Futurista, uno di loro in particolare si è espresso soprattutto con la scultura. Si tratta di Mino Rosso.
Il suo paese natale, Castagnole Monferrato, vero “borgo selvaggio” leopardiano vicino ad Asti, ne ha recentemente festeggiato i 120 anni dalla nascita, ricordandone anche la prematura scomparsa a soli 59 anni, con una mostra antologica di sculture, che lo pongono all’altezza dei più interessanti scultori internazionali dell’epoca, come Archipenko e Gaudier-Brezska.
Scrive Cesare Pavese nel suo ultimo romanzo “La luna e i falò” del 1950: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.”
Così infatti il giovane Mino Rosso (1904-1963), lascia le dolci colline del paese, per diventare un apprezzato pasticciere della famosa Confetteria e Pasticceria “Romana e Bass” della centrale ed elegante Piazza Castello di Torino, dove Fillìa ne vede le originali creazioni in pasta di zucchero, che realizzava per diletto e di cui coglie la personalissima cifra plastica. Sculture modernissime, un equilibrio di vuoti e pieni del tutto originale.
Partecipa così dal 1926 alle vorticose iniziative organizzate da Fillìa col Gruppo Futurista, non solo a Torino, ma in tutta Italia e a Parigi, dove conosce nuovi esponenti internazionali come Zadkine, Léger, Kandinsky, Walençi, insieme con gli italiani Severini e Prampolini oltre al bulgaro-macedone Nicola Diulgheroff, in una temperie e in un ambiente ulteriormente fertile e vivificante, espressione di un’epoca senza precedenti di effervescenza creativa e innovazione, che nei primi decenni del secolo scorso ha rivoluzionato e innovato estetica, codici, gusti nell’evoluzione della storia dell’arte.

Inizia a presentare i primi pezzi unici in alluminio nelle mostre del 1928 a Torino nella Esposizione Nazionale di arti figurative alla Promotrice delle Belle Arti nel padiglione Futurista alla Mostra internazionale, nella XXIX Esposizione nazionale della Società Amici dell’Arte e a Venezia alla XVI Biennale a cui seguono in poco più di un decennio le mostre alla Quadriennale di Roma, per raggiungere poi Parigi, Berlino, Atene, Amburgo, Nizza, Vienna, Istanbul, Lione, Mosca con prodigiosa mobilità.
Gli anni fra le due guerre sono segnati dalla profonda influenza e dall’innovativo dinamismo di Boccioni, a cui si unisce l’impulso donato a tutte le arti dal dettato del barone Pierre De Coubertin, mentore dei moderni Giochi Olimpici. Infatti De Coubertin sin dal 1912, siamo qui a ricordarlo, accanto alle migliori prestazioni atletiche in varie discipline sportive, volle affiancare gli aspetti emergenti in vari settori del mondo culturale, promuovendo e incoraggiando in campo internazionale l’inventiva negli ambiti della letteratura, della poesia, della musica lirica e orchestrale, della pittura e scultura. Connubio che si realizzò fino all’edizione dei giochi del 1948 com’è testimoniato dai volumi che raccolgono i nomi dei partecipanti in tutte le discipline atletiche e culturali, come nel regesto dei Giochi Olimpici di Los Angeles del 1932.
Il ventaglio di tematiche toccate da Mino Rosso spazia dall’entusiasmo per la velocità e il volo aereo in sviluppo in quegli anni, con capolavori come Volo, La Gran Volta, il Paese degli Aviatori, Aviatore, il Motociclista, all’amore per la musica con La Pianista, Suonatore di Arpa e Viola, Suonatore di Fisarmonica, Suonatore di Banjo, Suonatore di Sassofono, agli sport stessi con Nuotatori, Nuotatori in gara, Saltatore con l’Asta, Giocatori di palla ovale, Pugile, Corridore ciclista, Lottatori.
La sua attenzione si focalizza inoltre su una originale interpretazione della figura umana, come in Doppio Volto, Piani architettonici di una testa, La Famiglia, Architettura di uomo più macchina, Manichino, Architettura femminile, per citarne alcuni esempi.
Nel secondo dopo guerra, il doloroso periodo della lacerante guerra civile lascia un segno nella scelta dei contenuti che questo nostro Artista traspone nelle formelle dei bassorilievi che possiamo ammirare nel monumento sul Colle del Lys e nelle emblematiche xilografie raccolte nella cartella “Questa è la guerra”: forte, severo e dolente monito sempre troppo attuale quanto inascoltato.
L’espressione artistica ora si fa più intimista e si sofferma con sguardo nuovo sulle familiari bellezze del panorama torinese e monferrino in un linguaggio essenzialmente visivo tra dissonanze cromatiche, geometrizzanti, profili collinari e ambientazioni quasi scenografiche dalla tenue dolcezza interiore con un timbro cromatico puro, lieve ma intriso di materia come nella particolare tecnica dei colori a cera e delle terre insieme mescolate a caldo, memoria evidente della tridimensionalità scultorea propria del suo animo e già sapientemente espressa dalle sue mani, come in un ossimoro: l’unicità creativa di un dualismo espressivo.
Ricordandone la vicenda umana, gli vanno riconosciute la profonda appartenenza e inequivocabile statura artistica di livello internazionale nella sua peculiarità di scultore del Movimento Futurista, definitivamente acquisito alla grande Storia dell’Arte internazionale.







