
C’è un’immagine dell’università italiana che appartiene sempre più al passato. Non perché l’università di ieri fosse perfetta, né perché oggi manchino studenti brillanti, docenti preparati o realtà di eccellenza. Il problema è un altro: in alcuni atenei, attorno al diritto allo studio si è progressivamente costruita una cultura nella quale ogni limite sembra diventare un’ingiustizia, ogni regola un sopruso e ogni forma di dissenso una giustificazione sufficiente per occupare, imbrattare o danneggiare.
E così l’università rischia di diventare vittima di una contraddizione: dovrebbe essere il luogo per eccellenza della conoscenza, della discussione e della crescita civile, ma talvolta finisce per diventare uno spazio nel quale il conflitto politico viene anteposto alla sua stessa funzione.
Il problema non è il dissenso. Il dissenso è parte integrante dell’università. Contestare un governo, una riforma, una guerra, un’azienda o una scelta politica non soltanto è legittimo: in una società libera è necessario. Il problema nasce quando alla parola si sostituisce il danneggiamento, quando alla protesta si sostituisce l’occupazione permanente, quando un muro pubblico diventa una tela personale e quando un edificio della collettività viene trattato come se appartenesse a chi decide di protestare.
Ci sono muri ricoperti di scritte, porte imbrattate, arredi danneggiati, spazi sottratti alla loro funzione. E spesso la giustificazione è sempre la stessa: esisterebbe un bene superiore che renderebbe accettabile la distruzione del bene comune.
Ma chi stabilisce quale sia questo bene superiore?
Per chi protesta, naturalmente, la risposta sembra scontata. La propria causa è così importante da trasformare qualsiasi mezzo in uno strumento legittimo. Eppure è proprio questa la logica che un’università dovrebbe insegnare a mettere in discussione: la bontà di una causa non rende automaticamente buono ogni mezzo utilizzato per sostenerla.
C’è però una domanda ancora più scomoda: che cosa accade quando chi oltrepassa quel limite viene identificato e, nonostante questo, non accade nulla?
Perché il problema non riguarda soltanto chi imbratta, occupa o danneggia. Riguarda anche l’istituzione che osserva, registra e talvolta sembra limitarsi a ripristinare ciò che è stato distrutto, senza che alla violazione segua una conseguenza proporzionata.
Se un responsabile è identificato, perché non dovrebbe rispondere delle proprie azioni? Se vengono danneggiati beni dell’università, perché il ripristino dovrebbe essere considerato sufficiente? E soprattutto: quale messaggio viene trasmesso agli altri studenti quando comportamenti simili sembrano poter essere reiterati senza conseguenze concrete?
Non si tratta di chiedere un’università autoritaria né di trasformare il dissenso in una colpa. Si tratta di riaffermare un principio molto più semplice: la libertà di manifestare le proprie idee non può cancellare la responsabilità per ciò che si fa.
E forse il punto più amaro è proprio questo: viene spontaneo chiedersi se questa apparente impotenza sia davvero un’incapacità di intervenire oppure, in alcuni casi, una forma di tolleranza diventata conveniente. Perché intervenire significa assumersi una responsabilità, mentre lasciare correre consente di evitare lo scontro.
Ma un’istituzione che rinuncia sistematicamente a far rispettare le proprie regole rischia, alla lunga, di trasformare l’eccezione in normalità.
Un’università pubblica non appartiene a un collettivo politico, a un movimento, a un gruppo studentesco o a chiunque ritenga di rappresentare una causa più grande. Appartiene alla collettività.
E quindi quando si imbratta un’aula, si danneggia un edificio o si distrugge un bene pubblico, non si colpisce astrattamente «il sistema». Si danneggia qualcosa che appartiene anche allo studente che quella mattina avrebbe voluto entrare in aula, al ricercatore che lavora in quell’edificio, al personale che dovrà ripulire e, soprattutto, alla comunità che finanzia e sostiene l’università.
Il paradosso è che a pagare il prezzo di tutto questo rischia di essere proprio chi l’università la vive per quello che dovrebbe essere.
Lo studente che frequenta le lezioni, studia, ricerca e cerca semplicemente un luogo dignitoso nel quale formarsi non dovrebbe essere costretto a subire il degrado degli spazi che frequenta. Non dovrebbe trovare aule imbrattate, muri trasformati in manifesti permanenti, strutture danneggiate o ambienti nei quali la militanza politica sembra avere più spazio della didattica.
L’università dovrebbe insegnarci che il bene pubblico è, prima di tutto, bene di tutti.
E proprio per questo dovrebbe essere possibile contestare senza distruggere, protestare senza imbrattare, difendere le proprie idee senza pretendere che la propria idea diventi superiore ai diritti degli altri.
Non c’è nulla di rivoluzionario nel distruggere ciò che appartiene a tutti per dimostrare quanto sia importante una causa.
La vera maturità politica, forse, consiste nel riuscire a difendere una convinzione anche quando nessuno ci impedisce di esprimerla, ma semplicemente ci chiede di farlo rispettando ciò che è anche nostro.
Perché l’università non è il territorio di chi urla più forte.
È il luogo di tutti.
E una causa, per quanto nobile possa apparire a chi la sostiene, non può trasformare la distruzione del bene comune in un atto moralmente superiore.
Se il bene che vogliamo difendere è davvero di tutti, allora dobbiamo essere capaci di difenderne anche ciò che è di tutti.







