
In Italia ci sono cose sulle quali è consentito discutere. E altre che è preferibile venerare.
La Costituzione appartiene alla seconda categoria.
È, come ci viene ricordato con una certa frequenza, “la più bella del mondo”. Non risulta sia mai arrivata seconda ai concorsi di bellezza, quindi dobbiamo crederci.
Fu scritta in un momento non esattamente sereno. L’Italia usciva da una dittatura, una guerra mondiale, una guerra civile e da un referendum istituzionale che consegnò la Repubblica agli italiani, non senza qualche questione sulla quale, ottant’anni dopo, monarchici e repubblicani riescono ancora amabilmente a non essere d’accordo.
Quasi metà del Paese aveva votato per tenersi il Re, gettandosi alle spalle quella Monarchia sotto la quale, appena ottantacinque anni prima, l’Italia era diventata Italia.
Un dettaglio che la nuova repubblica, comprensibilmente, non aveva particolare interesse a contemplare troppo a lungo.
Bisognava poi mettere d’accordo democristiani, comunisti, socialisti e liberali. Persone che avevano idee piuttosto diverse su Dio, la proprietà privata e, in alcuni casi, persino su Mosca.
Ne uscì un compromesso formidabile.
Talmente formidabile che, per essere sicuri che nessuno comandasse troppo, si organizzò uno Stato nel quale comandare sarebbe diventato piuttosto complicato.
Due Camere che fanno quasi la stessa cosa. Due fiducie. Governi appesi al Parlamento. Competenze distribuite con generosità. Procedure di revisione prudentissime.
La parola d’ordine era: mai più un uomo forte.
Possiamo stare tranquilli.
In ottant’anni abbiamo avuto 68 governi.
A questo punto persino un inglese comincerebbe a sospettare che non sia stata soltanto sfortuna.
Il problema non sono i principi della Costituzione. Libertà, democrazia, uguaglianza, dignità della persona sono principi che nessuna persona ragionevole vorrebbe mettere in discussione.
Il problema è la macchina costruita attorno a quei principi.
Una macchina progettata nel 1947, quando Stalin governava l’Unione Sovietica, Truman l’America, Churchill fumava sigari e la RAI non esisteva ancora.
Eppure provare ad aprire il cofano continua a essere considerato vagamente sovversivo.
“La Costituzione non si tocca.”
Naturalmente.
Possiamo aver cambiato società, economia, moneta, Europa, famiglie, tecnologia, sesso e persino il modo in cui definiamo un matrimonio.
Ma due Camere che approvano la stessa legge sono evidentemente un principio eterno dell’umanità.
Forse, però, dopo ottant’anni potremmo concederci un pensiero ancora più scandaloso.
Una nuova Assemblea Costituente.
Non l’ennesima riforma di qualche articolo, destinata a diventare una battaglia tra governo e opposizione prima ancora che qualcuno abbia avuto il tempo di leggerla.
Una Costituente vera.
Eletta dagli italiani con un solo compito: progettare lo Stato italiano per i prossimi cinquant’anni.
Decidere quante Camere ci servano davvero. Che poteri debba avere chi governa. Quali quelli del Capo dello Stato. Cosa debbano fare le Regioni. Come debba funzionare la giustizia. E dove debba finire il controllo e cominciare la responsabilità di decidere.
Poi sottoporre tutto agli italiani.
Potrebbero persino scegliere.
Che meraviglia!
Non si tratterebbe di demolire i valori del 1948. Si tratterebbe di fare esattamente ciò che fecero i Costituenti: guardare il Paese che avevano davanti e costruire istituzioni adatte a quel Paese.
Noi invece continuiamo a guardare quello del 1947.
Con affetto, naturalmente.
Ottant’anni insieme sono tanti e separarsi è sempre doloroso.
Ma forse potremmo almeno cominciare a vedere altre Costituzioni.
Senza impegno.








