
Filippo Bruno di Tornaforte
C’è qualcosa di meravigliosamente italiano nella politica italiana: riesce a prendersi terribilmente sul serio anche quando fa ridere.
Forse è per questo che questa rubrica si chiamaRealmente.
Realmente, innanzitutto, nel senso più semplice della parola: davvero. Perché tra dichiarazioni, retroscena, post indignati, conferenze stampa, talk show e improvvise conversioni sulla via di Palazzo Chigi, capire che cosa accada realmente nel nostro Paese è diventato un esercizio piuttosto impegnativo.
Poi c’è quel “Re” all’inizio.
Non è capitato per caso.
Ma tranquillizzo subito i repubblicani più sensibili: non intendo restaurare la monarchia tra un articolo e l’altro. Anche perché, osservando certe sedute parlamentari, prima di restaurare la Corona bisognerebbe restaurare parecchie altre cose.
A cominciare dal senso delle Istituzioni.
Realmentenasce con un proposito abbastanza semplice: parlare dell’Italia senza partecipare al rito secondo il quale, prima di esprimere un pensiero, bisogna dichiarare a quale curva dello stadio si appartenga.
Destra, sinistra, centro, centrodestra, centrosinistra, campo largo, campo stretto, moderati, sovranisti, riformisti, progressisti. Abbiamo ormai più definizioni che idee.
Nel frattempo c’è un Paese reale, e perdonate il gioco di parole, che continua ad alzarsi la mattina, lavorare, pagare tasse considerevoli, aspettare treni che qualche volta arrivano, prenotare visite mediche per un futuro abbastanza remoto e compilare moduli concepiti probabilmente durante il Regno delle Due Sicilie .
È di quell’Italia che vorrei parlare.
E anche dell’altra: quella straordinaria che spesso dimentichiamo di avere. Un Paese che possiede una storia, una cultura, un patrimonio, una capacità creativa e industriale che mezzo mondo ci invidia e che noi, con ammirevole costanza, riusciamo periodicamente a trattare come se fosse un inconveniente amministrativo.
Non aspettatevi quindi imparzialità nel senso più noioso del termine.
Ho delle idee. Ho anche delle antipatie. Peggio ancora, qualche volta cambio idea.
Cercherò però di conservare un’abitudine diventata curiosamente eccentrica: giudicare una proposta per quello che contiene e non per il partito che l’ha presentata.
Se il Governo farà una cosa intelligente, lo scriverò. Se farà una sciocchezza, anche.
Lo stesso vale per l’opposizione.
E se entrambi faranno una sciocchezza contemporaneamente, cosa tutt’altro che impossibile, sarà probabilmente una settimana particolarmente felice perRealmente.
Non credo che all’Italia serva altra rabbia. Ne produciamo già in quantità industriali. Credo invece che servano idee, competenza, memoria e magari un po’ di ironia. L’ironia, dopotutto, è sempre stata uno degli strumenti più raffinati per dire cose molto serie senza assumere quell’aria grave di chi sta per salvare la Patria prima dell’aperitivo.
Qui parleremo quindi di politica, istituzioni, costume, Europa, identità, amministrazione pubblica e delle molte piccole e grandi assurdità che rendono questo Paese esasperante e irresistibile.
Con una convinzione di fondo.
L’Italia non è un Paese da rifare.
È un Paese che dovrebbe finalmente ricordarsi di ciò che sa fare, di ciò che è stato e, soprattutto, decidere che cosa vuole diventare.
Possibilmente prima della prossima campagna elettorale.







