
Fu l’emblema di Febo Apollo, dal momento che presiedette alla nascita del dio, e a lui, dio della Poesia e delle Arti, era associato per il presunto dolcissimo canto in punto di morte.
Durante la notte erano i cigni a trainare il carro di Apollo – di giorno i cavalli – associando così il candido uccello al panorama infero, ctonio, come se si muovesse sulla linea tra la vita e la morte.
Troviamo nelle Metamorfosi di Ovidio la leggenda di Zeus-Cigno seduttore della bella Leda e padre di Castore, Polluce, Elena e Clitemnestra, nell’unirsi al seme di Tindaro, marito di lei.
Distesa è la piana
come un lembo di cielo
che attende quel sogno.
E la notte si desta
celando sussurri
tra le pieghe del manto.
Lento il cigno scivola sul lago
in attesa del lampo che ustione
al divino unisca le viscere.
Il Fato a nessuno concede la fuga.
“Zeus, luminoso padre mio,
tu afferra il mio aspetto
e risveglia l’umano
dentro il corpo piumato.
Fai che io possa
nel tuo volto specchiarmi
e incontrare l’Amore.
Nascondo il tormento
di chi teme il domani
e la voce sgraziata
tradisce il mio pianto.
Invadi il mio corpo
e rendimi sacro
nell’amplesso rubato
alla donna che brami;
non mi oppongo, puoi bruciarmi
e condurmi in un soffio
alla piccola morte.
Fai che io veda
oltre il mare di luci
quella fiamma che arde
del mio nome nascosto.
Fai che il mio collo
avvolga anche Leda
nel silenzio dell’alba
io giaccia perduto
nell’immenso d’eterno.
Se raggiungo la fonte
il mio rauco cantare
di colori e di trilli
sfavilla nel buio.
Riconosco il mio sogno:
dall’umano al divino
il percorso io segno
per chiunque si pieghi
al proprio destino,
lacerando quel velo
che ottunde la vista.







