
La religione della democrazia ha fallito?
Per essere completamente sinceri la democrazia ha negato se stessa nel momento medesimo in cui è diventata una religione, un dogma indiscutibile; si è auto annullata quando ha deciso di mettere all’indice (se non al rogo) chiunque si permettesse di metterla in discussione. Perché l’essenza stessa della democrazia, ciò che la caratterizza e la distingue da ogni altra forma di gestione della cosa pubblica, non è certamente l’efficacia decisionale, tantomeno la (tanto querulamente rivendicata dai suoi ipocriti sacerdoti) superiorità morale, sibbene proprio e soltanto quella libertà speculativa e comunicativa che essa postula e in cui, in fondo, si risolve.
La democrazia è come il metodo scientifico: esiste e funziona in tanto in quanto può essere modificata costantemente, costantemente elaborata e (perché no?) sinanco criticata e messa in discussione. Ciò è tanto vero che i due concetti hanno subito, più o meno negli stessi tempi e per le stesse cause, un simile tragico destino. Entrambi non godevano di buona salute da decenni, anzi forse erano già ampiamente defunti e avevano persino iniziato a marcire, però li tenevamo seduti in poltrona con gli occhi aperti, li vestivamo in inverno e li svestivamo in estate, li coprivamo con litri di tabacco d’harar…insomma, li tenevamo con noi e facevamo finta di non vedere, di non sapere che erano morti. Ma alla prima vera crisi che ci è piombata in casa, che ha in effetti modificato le nostre abitudini di vita e ci ha sconvolto la quotidianità, la tragica verità è diventata non più negabile. Uomini che si ritengono di scienza hanno iniziato a parlare e comportarsi come sacerdoti, hanno coniato e diffuso il nuovo, agghiacciante slogan “Credete alla Scienza!”, hanno trattato come eresia ogni deviazionismo dalla nuova religione, hanno invocato nuovi roghi di libri e sinanco di persone…dimenticando che una affermazione può ritenersi scientifica proprio in quanto sempre smentibile e che proprio la messa in discussione degli arresti passati ha consentito il progresso del sapere. Se i medici dei secoli andati avessero “creduto alla Scienza” ci cureremmo ancora con i salassi. Ciò ha determinato un fenomeno che per la mia generazione sarebbe stato impossibile da immaginare fino a una manciata di anni fa: la sempre maggiore perdita di fiducia da parte dei cittadini nella comunità scientifica e l’ingresso del sapere scientifico nell’agone politico. Anzi, nella tifoseria da curva in cui ormai si è ridotto ciò che resta della “politica”.
Ed eccolo, finalmente, il nesso tra la morte dei due concetti: più si sono svuotati di reali contenuti, più hanno perso l’allaccio con quei principi morali (per la politica) e gnoseologici (per la scienza), tanto più i novelli Bernardo
Gui li hanno postulati, rivendicati come vessilli, usati per unire la propria tifoseria e scagliarla contro quelle avversarie.
Ma la verità ha la testaccia dura e il “popolo” è molto meno fesso di quanto lo si ritenga. E di conseguenza metà della popolazione ha perso completamente fiducia sia nei cosiddetti “scienziati” sia negli autoreferenziali “politici” e si è rivolta altrove per soddisfare le proprie esigenze materiali e morali.
E così questi buffoneschi generali senza esercito, questi novelli don Chisciotte e i loro patetici Sancho Panza, non hanno trovato di meglio che incolpare chiunque e, soprattutto, la società civile di questa loro personalissima e colpevolissima débâcle. “La gente è ignorante”, berciano: e cosa avete fatto voi Soloni da due soldi bucati per accrescerne le conoscenze? “Hanno state le fakenews”, scribacchiano su quelle porte dei cessi degli autogrill con meno fantasia e ironia in cui ormai si sono ridotti i cosiddetti “social”: se non aveste educato per decenni il palato dei poveri lettori e spettatori all’amaro sapore delle vostre balle non sarebbe così facile per altri far ingurgitare le loro.
Proviamo a capovolgere la sfera. Iniziamo a prendere in considerazione che il problema non sia quella metà del cielo che ha perso fiducia in un sistema morto e sepolto ma quella sempre più risicata percentuale di persone che ancora fingono che sia vivo e vegeto. Prendiamo atto che quando un sistema muore la colpa è di chi lo ha gestito, sinanco incarnato, e lo ha condotto alla marcescenza.
Il nuovo nasce dalle rovine del vecchio. Chi si ostina a non vedere che il mondo è cambiato sarà spazzato via dallo tsunami. Se il vecchio mondo sia stato migliore e peggiore di quelli che lo hanno preceduto o di quello che sta per sorgere lo diranno i millenni e gli storici del futuro. Solo chi si saprà adattare sopravvivrà e contribuirà a modellare il mondo che verrà.
Il Re è morto. Viva il Re!







Ottima scrittura