
“Chi non ha paura di morire muore una volta sola”
“Il presente è il frutto del passato e il germe dell’avvenire” Leibniz
A proposito di morte conviene affrontare l’argomento anche dal punto di vista delle antiche tradizioni iniziatiche e spirituali.
Sull’importanza della cosiddetta «morte iniziatica» René Guénon è molto esplicito nelle Considerazioni sulla via iniziatica, dove scrive:
«Ci si dovrebbe rendere conto che questa morte, lungi dall’essere fittizia, è invece anche più reale della morte intesa nel senso ordinario della parola. Infatti è evidente che, quando il profano muore, non diventa iniziato per tale motivo; e la distinzione tra l’ordine profano e quello iniziatico è, invero, la sola che oltrepassi le contingenze inerenti agli stati particolari dell’essere e che abbia, di conseguenza, un valore profondo e permanente dal punto di vista universale. Ci accontenteremo di ricordare, a tale riguardo, come tutte le tradizioni insistano sulla differenza essenziale esistente tra gli stati postumi dell’essere umano, a seconda che si tratti del profano o dell’iniziato. Se, dunque, le conseguenze della morte sono condizionate in tal modo da questa distinzione, ciò è perché il cambiamento che dà accesso all’ordine iniziatico corrisponde a un grado superiore di realtà.»
La morte iniziatica è dunque la mors janua vitae, la morte «porta della vita», in quanto apre l’accesso al regno dello spirito, alla vita vera. Essa simboleggia il cambiamento profondo che l’uomo subisce per effetto di un’iniziazione autentica.
Bisogna però precisare che la morte iniziatica non può avere valore reale se non nella misura in cui colui che subisce la prova la viva realmente. Chi invece non ha sentito, durante lo svolgimento del rito, nessun contatto con il soprannaturale, è un essere che ha ricevuto prematuramente un’iniziazione da cui non potrà trarre il giusto profitto.
Tuttavia l’iniziazione non può essere ripetuta: è un momento della vita che non si può rivivere. Presentarsi perciò a ogni forma di iniziazione come a una formalità amministrativa che permette di salire un nuovo gradino è propriamente un sacrilegio.
Ogni rituale di iniziazione è carico di valore simbolico e spirituale perché mette in comunicazione con un altro piano, col mondo soprannaturale. Se ne sviluppa allora un elemento che impregna l’aura dei partecipanti. Se quest’aura è preparata alla ricezione dell’influsso, esso sarà benefico. Diventa pericoloso nel caso contrario, perché perturba un’aura impreparata e può divenire causa di turbamenti ulteriori.
Infatti questo elemento lega in ogni caso, crea un legame; e soprattutto non bisogna mai dimenticare che la via iniziatica è una via aristocratica, è l’assumersi doveri più elevati (il dharma): così come apporta delle facoltà che l’iniziato vero saprà sviluppare, così carica di obblighi.
L’iniziazione mal ricevuta è generatrice invece di uno stato di conflittualità interna, mentre il fine cercato era un migliore equilibrio. E non si avrà solo squilibrio, ma anche scissione della personalità.
Vi è dunque questa minaccia nell’iniziazione alla morte simbolica, e potrebbe aversi un pericolo mortale se essa fosse spinta troppo prematuramente. Infatti l’iniziazione vera non è affatto un gioco, ma l’impegnarsi, in modo irreversibile, sulla via ascendente. Vi sono lì delle forze che superano l’umano e che non si possono mettere in moto impunemente per curiosità o per qualche altro motivo profano.
L’iniziazione è una elezione. Una falsa iniziazione è invece una contro-iniziazione. Questo termine, di difficile spiegazione, può essere illustrato con un esempio: l’inversione di 180° compiuta dai sacerdoti che, durante la messa, un tempo erano spalle ai fedeli a simboleggiare che conducevano i fedeli verso il divino; girandosi spalle a Dio praticano, secondo alcuni, una contro-iniziazione, quasi volessero abbassare il divino al livello umano.
Per l’iniziato la contro-iniziazione porta a qualcosa di più grave della morte fisica, e cioè alla successiva morte psichica.
Parlando di morte, il secondo passo è considerare la dottrina della reincarnazione, che tratta appunto di passaggi attraverso molte morti.
La dottrina della reincarnazione parte da due postulati: l’esistenza di un Dio (o di un principio supremo) e di un’anima come entità individuale ed eterna. Tutte le scuole filosofiche delle più grandi civiltà del passato hanno creduto e insegnato la sopravvivenza dell’anima, e la maggior parte dei più illuminati pensatori della storia dell’umanità, dai più antichi ai contemporanei, hanno abbracciato questa teoria.
Secondo questa teoria, nascita e morte sono eguali alle due porte già citate, i solstizi estivo e invernale, il Giano bifronte, che danno alla parte immortale di noi le possibilità di continuare la scala evolutiva.
La nozione di reincarnazione, antica come il mondo, è così utile per la condotta della vita, così ricca di insegnamenti, che stupisce il vederla ancora combattuta con tanta asprezza.
Tuttavia, una volta ammessa la reincarnazione e soprattutto dopo averla giustamente compresa, l’esistenza con le sue vicissitudini di fortune e disgrazie, di prove e di gioie si illumina di una luce nuova. Invece di ribellarci contro le prove della vita che sembrano ingiustificate o contro le disuguaglianze sociali che urtano a prima vista, si comprende che il mondo è retto da leggi sagge e giuste, eguali per tutti.
In effetti, se si ammette per l’anima una sola nascita e una sola morte, non si può non vedere una tremenda ingiustizia per le anime, partendo da condizioni iniziali così diverse: beni materiali e abbondanza di tutto da una parte, indigenza e necessità dall’altra. E lo stesso vale per salute e malattia, intelligenza e ottusità mentale, gioia e dolori, fortuna e sfortuna.
Questa ineguaglianza di doti naturali, sia materiali che spirituali, al momento della nascita, sarebbe grave ingiustizia se l’incarnazione dovesse essere unica, e non si potrebbe affermare che questo mondo è stato creato da un Dio giusto e buono.
Solo la legge di reincarnazione è in grado di spiegare tutto questo, eliminando ogni dubbio di arbitrarietà e di ingiustizia da parte di Dio. Il concetto che l’anima, nel corso delle sue molteplici incarnazioni, raccolga i frutti dei suoi atti anteriori e apprenda per gradi la lezione terrestre – ossia la relatività, la transitorietà e l’illusione di tutti i piaceri materiali e sensuali – appare logico e persuasivo. Solo le incarnazioni successive permettono all’anima e all’individuo di prendere coscienza della propria vera essenza e di liberarsi dei propri debiti, ossia degli errori commessi violando le leggi divine fisiche, psichiche e spirituali.
Qui al concetto di reincarnazione si collega e si integra quello orientale del karma, la grande legge dell’equilibrio e dell’armonia: essa afferma che è la somma dei meriti e dei demeriti a determinare la condizione dell’essere nelle vite successive. Inoltre l’eternità delle pene (inferno) o delle gioie (paradiso) dopo un solo passaggio sulla terra costituirebbe, per ogni uomo dotato di un po’ di riflessione, un’altrettanto grave ingiustizia. Che cosa rappresentano, infatti, di fronte all’eternità, i pochi anni di una breve vita terrestre?
La reincarnazione elimina questo apparente arbitrio di Dio e spiega il motivo delle diseguaglianze umane, giustificandole logicamente e razionalmente.
Il termine «reincarnazione», che significa rinascita o più esattamente ritorno dell’anima in un corpo di carne, è un appellativo molto recente. Pur tuttavia rappresenta un’idea molto antica che alcuni filosofi hanno definito metempsicosi, anche se c’è una differenza tra i sostenitori della metempsicosi e della reincarnazione. I primi ammettono la possibilità per l’anima umana di regredire in corpi inferiori, mentre la reincarnazione ammette solo un’evoluzione continua: è come un programma didattico, un corso di studi, dalla prima elementare (la prima incarnazione umana) fino alla laurea (ricongiungimento al divino). Ognuno di noi sta facendo la sua classe e Dio è così buono da permettere a tutti di ripetere una classe fino a che non si è pronti per quella successiva.
Karma(n) è termine sanscrito con cui si indica il destino. Tutte le azioni che abbiamo compiuto in passato provocano o provocheranno una reazione, così come tutti i nostri comportamenti passati provocano in noi debiti o crediti che paghiamo o riscattiamo nella vita attuale. Tutto quello che noi facciamo pagheremo o recupereremo in una vita futura. La teoria reincarnativa potrebbe spiegare le malattie, le diseguaglianze sociali, i destini tragici che si compiono anche in tenera età. Perché tutte queste prove sono liberamente scelte dalle singole entità prima di incarnarsi. Si sceglie così paese, genitori e prove da affrontare, fino a quando non si esauriscono tutti i tipi di esperienze terrene. La tradizione orientale dice che prima o poi tutti i nostri debiti verranno liquidati e non avremo più bisogno di reincarnarci, divenendo così spiriti liberi.
Si potrebbe anche considerare il punto di vista prettamente biochimico e associare il karma al DNA, essendo in esso codificata tutta la nostra storia passata, tutta la nostra evoluzione di razza, compresi tutti i difetti genetici, mentali, psicologici e fisici. L’analogia potrebbe essere tra la spirale ammassata della molecola dell’acido desossiribonucleico e la spirale evolutiva costituita da più vite concatenate, anche se di queste noi riusciamo a percepire solo quella in corso.
La nozione di reincarnazione è presente nella cultura di molti popoli antichi.
È un fatto ben noto che la letteratura dell’India, sia antica che moderna, è ricchissima di allusioni alla reincarnazione. L’indù crede ciecamente, ostinatamente, fondamentalmente alla trasmigazione delle anime. Non la discute, non la rifiuta, non l’afferma. La pone come un dato di fatto. Troviamo peraltro molti accenni alla trasmigazione dell’anima nei libri sacri dell’India antica. Nelle Upanishad si può leggere che gli uomini che sanno e hanno coltivato la spiritualità divengono immortali, mentre gli altri, quelli che si sono attaccati ai desideri dei sensi, sono vittime di rinascite ripetute.
L’intero dodicesimo capitolo della legge di Manu (codice di vita religiosa e civile dell’induismo, Manava-Dharma-Sastra) è consacrato a enumerare le diverse possibilità di reincarnazione secondo gli atti commessi durante la vita anteriore; il capitolo ha per titolo: «Trasmigazione delle anime, beatitudine delle anime».
La Bhagavad-Gita costituisce il più grande poema sacro degli indù e vi si trova condensato tutto l’insegnamento mistico e morale inerente a filosofia e religione; qui si possono leggere i più precisi insegnamenti sull’esistenza dell’anima e sul suo divenire nel corso delle sue numerose trasmigazioni. Il beato Krishna risponde ad Arjuna: «I saggi non piangono né i vivi né i morti; noi tutti continueremo a esistere anche dopo la morte dei nostri corpi; al pari dell’Io, l’atma, noi siamo eterni nei tre periodi di tempo: passato, presente e futuro. Chi crede che l’anima uccida o possa essere uccisa è ignorante. Come si lasciano dei vestiti usati per prenderne dei nuovi, così l’anima lascia corpi usati per vestirne di nuovi».
Siddharta Gautama, detto l’Illuminato, Buddha, nel libro degli Jataka racconta di ricordare 547 reincarnazioni anteriori alla sua illuminazione. Ma mediamente tutti noi abbiamo la fortuna di non ricordare le reincarnazioni precedenti, poiché, come tramandano gli antichi filosofi greci, prima di reincarnarci beviamo l’acqua dell’oblio, l’acqua del fiume Lete, e questo ci permette di vivere una nuova esperienza senza traumi e condizionamenti dal passato.
In Tibet, come presso i Birmani, la tradizione reincarnativa è rimasta molto viva fino ai nostri giorni. Bisogna, secondo la loro dottrina, rompere la catena dei dodici Nidana che legano l’anima alla ruota delle reincarnazioni successive attraverso il cammino del buddistico ottuplice sentiero:
1. viste giuste
2. volontà perfetta (pegno di vera Saggezza)
3. parola corretta
4. azione corretta
5. mezzi di esistenza corretti
6. sforzi perfetti a garanzia della moralità pura
7. attenzione perfetta
8. meditazione perfetta
Certo che, se non un passaporto per l’uscita dal ciclo delle reincarnazioni, sarebbe comunque un ottimo programma per diventare un essere umano compiuto.
La successione dei Dalai Lama avviene ancora oggi secondo i principi reincarnativi, in quanto l’anima del defunto passa nel corpo di un bambino e per questo sono mandati messaggeri in giro per il mondo a ricercare la sua nuova incarnazione. Ed è codificato anche l’uso del Bardo Thodol, il Libro tibetano dei morti, che aiuta l’anima appena disincarnata a trovare la sua più giusta via, insieme al mantra Om Mani Padme Hum (letteralmente «Il gioiello nel Loto», l’anima nella sua prigione di carne).
Gli Egiziani sono tra i popoli più antichi a credere nell’immortalità dell’anima; anzi consideravano sette livelli energetici oltre il corpo fisico: Ka, Ba, Ankh, Swt, Ren, Kekau, Ib. E, come i Tibetani, hanno codificato insegnamenti per percorrere la via dell’aldilà (Libro o Papiro dei Morti). Consideravano lo scarabeo come simbolo della metempsicosi, del perenne divenire. Migliaia sono i geroglifici con uccelli ad ali spiegate e sopra il corpo di un defunto a sviluppare il concetto del distacco dell’anima dopo la morte fisica.
Interessante è notare il cartiglio detto di Tutmosi III: Kheper men Ra – «stabile è il divenire di Ra». Formato dai tre simboli dello scarabeo, del progresso e di Ra (il sole, il Dio). Lo scarabeo era per gli egiziani il simbolo della reincarnazione: un vero alchimista che, rotolando tra le zampe una pallina di concime dove deponeva le uova, era il simbolo del ciclo delle rinascite. Con questo cartiglio e tre soli simboli, gli egiziani antichi tramandavano tutto il concetto di morte come superamento del proprio io e di rinascita: il continuo divenire stabilizzava, conduceva al reintegro, al divino. Quando un egiziano voleva ricordare le tappe della sua carriera e della sua esistenza egli diceva «ho compiuto i miei scarabei», ovvero delle felici mutazioni e trasformazioni.
Le scuole misteriche orfiche ed eleusine considerano naturale la reincarnazione, ma è in Pitagora, Platone e Socrate che ci sono i riferimenti più evidenti. Anche tra i poeti minori, Empedocle, per esempio, nel suo poema Sulla Natura, parla di reincarnazione e riferisce agli insegnamenti di Pitagora la facoltà da lui conservata (o ritrovata) di ricordarsi delle sue incarnazioni passate.
Era famoso nella scuola pitagorica il precetto di non cibarsi di carne animale e soprattutto delle fave. E questo bisogna proprio spiegarlo. Una vecchia teoria indù, riferita nella Chandogya Upanishad, dice che le anime destinate a rinascere cadono dal cielo con la pioggia e rinascono sotto forma di fave, passavano così con gli alimenti nell’organismo generatore. Si capisce allora l’orrore dei sacerdoti egiziani per la fava, che sarebbe così l’agente di penose palingenesi, nonché l’affermazione di Plinio il Vecchio secondo cui mangiare una fava corrisponderebbe a mangiare la testa di un antenato in via di reincarnazione. Anche nella civiltà egiziana la fava era considerata inerente alla nascita, tant’è che per dire di essere incinte si usava l’espressione «ho ingoiato la fava» (iur).
Certo che quando penso ai miei lunghissimi anni di studi classici (lunghissimi per la concezione relativa del passare del tempo) durante i quali nessuno dei miei professori ha mai accennato alla questione, eppure Pitagora e Platone ci credevano. Da oltre venti secoli l’Occidente professa un’ammirazione sconfinata per la saggezza greca, da cui proviene, e su cui si basa, tutta la nostra cultura: i filosofi greci dell’antichità avevano previsto l’atomo e l’elettricità, avevano scoperto la precessione degli equinozi e misurato la circonferenza della terra. Forse che questi greci deliravano solo quando parlavano di morte e rinascita?
Come possiamo essere così poco onesti da espungere dai testi di Platone il concetto fondamentale dell’immortalità dell’anima attraverso una serie di vite successive? Come possono tanti secoli di studi avere occultato questo punto dai testi classici che sono tanto espliciti? Nel Fedone Platone fa parlare Socrate: «È un’opinione molto antica che le anime, nell’abbandonare questo mondo, vadano negli Inferi da cui essi ritornano in questo mondo per ricominciare una nuova vita, dopo essere passati attraverso la morte. Mi sembra, o Cebete, che non ci si possa opporre a queste verità e che noi non ci sbagliamo ammettendole. Perché è certo che i viventi nascano dai morti. Ciò che tu dici, o Socrate, disse Cebete interrompendolo, è il seguito necessario di un altro principio che ho inteso spesso stabilire, e cioè che la nostra scienza altro non è che reminiscenza. Se questo principio è vero ne consegue di necessità che noi abbiamo appreso in un’altra epoca le cose che ora ricordiamo.»
Platone dice anche nella Repubblica: «Ognuno è responsabile delle sue scelte: Dio è innocente; le anime sono soprattutto guidate dalle abitudini che hanno contratto nelle vite precedenti.» Platone, allievo di Socrate, fu anche un ammiratore di Pitagora, che è stato molto esplicito su questo argomento ed ha raccontato alcune delle sue vite. Un giorno, visitando un tempio, vide uno scudo appeso al muro come un ex-voto; lo riconobbe e affermò che si trattava dello scudo che egli aveva usato nella guerra di Troia, parecchi secoli prima, e che a quel tempo si chiamava Euforbio (Iliade, libro XVII, 50). Pitagora si ricordava di essere stato anche un augure di gran fama in Ionia, esperto nell’arte di sdoppiarsi, ed era proprio per questo motivo che era morto: infatti, in uno dei suoi viaggi astrali, la moglie, credendolo defunto, aveva fatto cremare il suo corpo e così l’anima non era più riuscita a trovare il suo stesso corpo fisico. Pare che Pitagora fosse iniziato ai misteri orfici, in cui gli fu insegnato come meglio effettuare il viaggio dopo la morte e sfuggire alla disgrazia di doversi reincarnare. Gli stessi «corsi pratici di preparazione all’aldilà» erano contenuti in testi tibetani, quali i già citati Bardo Thodol e il Libro dei Morti.
Perché certe volte proviamo un’immediata simpatia per un estraneo? Perché esiste il cosiddetto colpo di fulmine?
Credo possa esistere una duplice spiegazione al problema: una prettamente biochimica e una forse più propriamente evolutiva. Tutti gli animali secernono ormoni specie nel periodo dell’estro che servono per un approccio olfattivo, per l’accoppiamento e la propagazione della specie. Anche gli esseri umani emettono questi feromoni che, in caso di frequenza olfattiva compatibile, creano un immediato feeling: da qui è nato l’uso dei profumi da parte delle donne, un richiamo sintetico, artificiale per uomini forse più evoluti, ma sicuramente meno recettivi olfattivamente, per le stesse finalità di propagazione della specie. Dal punto di vista evolutivo è facile che due entità che si sono conosciute o apprezzate in una o più vite precedenti si sentano reciprocamente attratte.
E perché certe volte, quando arriviamo in un posto mai visto prima, ci sentiamo subito a casa, siamo sicuri di esserci già stati, o quando ci troviamo in una metropoli, magari straniera, e non ci perdiamo mai?
Certo anche qui esiste una spiegazione scientifico-neurologica, la stessa usata per spiegare i «déjà vu»: l’impulso nervoso che parte dalla periferia arriva alle circonvoluzioni cerebrali per due vie e sfalsate di millesimi di secondo, sufficienti però a farci percepire uno dei due stimoli come ricordo precedente. Però è strano sapere a quale angolo girare per arrivare a una determinata piazza.
Famoso è altresì l’epitaffio di Benjamin Franklin, scopritore del parafulmine ma anche stampatore: «Qui riposa il corpo di Benjamin Franklin, stampatore. Come la copertina di un vecchio libro privata del suo contenuto e spogliata del titolo e delle dorature, giace in pasto ai vermi. Ma la sua opera non andrà perduta, perché, come credeva il suo autore, egli comparirà di nuovo in una nuova edizione più elegante, riveduta e corretta dall’autore.»
E non dimentichiamoci, per concludere, di Victor Hugo, seguace di Mesmer, reincarnazionista convinto, che durante il suo soggiorno a Jersey usa la reincarnazione per motivi diciamo nettamente più prosaici; è come Flaubert che, nella letteratura, fa spiegare al bel Rodolphe, primo seduttore di Emma Bovary, che la sua attrazione irresistibile trae origine da passioni provate in esistenze precedenti.
E quale donna potrà mai resistere a un corteggiamento che dura più di una vita?
Per cui, citando Bob Dylan, prepariamoci a «Knockin’ on Heaven’s Door».






