
Luca Baravalle e Mark Zuckerberg generati dall'IA
Il Governo americano impone regole educative ai Social
C’è una curiosa ironia nella storia dei social network: l’America che li ha inventati, contribuendo a “risocializzare”, e in parte anche a disumanizzare, almeno una generazione, oggi è la stessa che prova a mettere un freno al loro potere.
Meta ha infatti raggiunto negli Stati Uniti un accordo che può arrivare a 18 miliardi di dollari di sanzione per aver creato dipendenza negli utenti, e che introduce nuove restrizioni per gli adolescenti su Facebook e Instagram: un limite predefinito di due ore al giorno, restrizioni durante la notte, meno notifiche nelle ore scolastiche e sistemi più stringenti di verifica dell’età. Meta non ha ammesso responsabilità, ma il prezzo da pagare consiste anche nell’accettare di modificare profondamente alcune modalità con cui i più giovani utilizzano le proprie piattaforme.
E dall’altra parte del mondo l’Australia ha già scelto una strada ancora più netta: dal dicembre 2025 le principali piattaforme social devono impedire agli under 16 di possedere un account. Senza se e senza ma. Il Governo australiano ha deciso di rafforzare ulteriormente i poteri dell’autorità di controllo e di raddoppiare fino a 99 milioni di dollari australiani la sanzione massima per le piattaforme inadempienti.
È difficile non vedere, dietro queste decisioni, che possiamo definire forti dati i trascorsi di completo disinteresse per la tutela dei più fragili nel loro rapporto con i social, che in realtà vi è una domanda che riguarda molto più della tecnologia: dove finiscono le responsabilità della famiglia e dove cominciano quelle dello Stato?
Per anni abbiamo affidato a uno schermo una parte dell’educazione dei nostri figli. Abbiamo lasciato che algoritmi decidessero cosa dovessero vedere, quanto dovessero restare connessi, quali contenuti dovessero desiderare e persino quale immagine di sé dovessero costruire. Poi alcuni si sono stupiti delle conseguenze, altri invece di questa realtà non si sono neppure ancora accorti.

Oggi quindi la Legge, in America, arriva dove sono mancate le famiglie, l’attenzione educativa e, probabilmente, il calore umano.
L’augurio, per il futuro, è che lo Stato non debba sostituirsi ai genitori, perché ora è oggettivo, almeno più di ieri, che esistono strumenti tecnologici progettati per catturare attenzione e tempo davanti ai quali la sola buona volontà di un ragazzo non è sufficiente, e qui ci andrebbe l’intervento del clan famigliare, prima che debba intervenire la politica del Paese.
La vera contraddizione è dunque questa: abbiamo consegnato ai nostri figli, parliamo del nostro domani, un potere che mai un genitore di buon senso avrebbe affidato a un terzo, perché questo potere si è manifestato come una sorta di gioco, di innocuo intrattenimento, e adesso si è fatta necessaria una legge per riprenderglielo questo potere, o almeno limitarlo.
L’America, tanto vituperata come origine di molti dei problemi della società contemporanea, oggi prova almeno a porre un limite a uno dei suoi prodotti più potenti. L’Australia è andata oltre, trasformando quella preoccupazione in una regola.
Forse non è la soluzione definitiva. Ma è una presa d’atto importante: la tecnologia non può essere lasciata senza regole soltanto perché è diventata parte della nostra quotidianità.
E forse, prima ancora di chiederci quali nuove leggi servano, dovremmo tornare a chiederci quali vecchie responsabilità abbiamo smesso di esercitare.
Perché la giustizia può arrivare dove sono mancate le famiglie. Ma sarebbe meglio che, almeno per i nostri figli, arrivasse prima la famiglia.







Son mancate le famiglie come “agenzia educativa e normativa”? In parte sì, le più accorte, che 25 anni fa avevano figli in età scolare, han combattuto una strenua lotta di resistenza contro l’attacco da marins del “i miei compagni ce l’hanno già” e il desiderio, criticato ma utile, di “prolungare il cordone ombelicale”. Difficile regolamentarne l’uso…