
Cosa unisce una polemica universitaria di Jovanotti del 2015, la “teoria del piacere” di Giacomo Leopardi, un catastrofico esperimento etologico sui topi e l’avvento dell’Intelligenza Artificiale?
In questo approfondimento analizziamo la drammatica polarizzazione della società moderna: da un lato una fascia alta mossa da un’insoddisfazione generativa, dall’altro una fascia medio-bassa che si arrende all’impotenza appresa o si rifugia nell’autolesionismo dello sballo. Con un mercato del lavoro globale di 8 miliardi di persone in cui l’A.I. sta spazzando via la mediocrità esecutiva, l’iper-attivismo non è più una scelta entusiastica, ma una strategia di trincea. Esistono vie d’uscita prima di trasformarci in una distopia tecnologica senza scopo?
Nel giugno del 2015, l’aula magna dell’Università di Firenze divenne il palcoscenico di un cortocircuito culturale che, riletto oggi, assume i contorni di una sinistra profezia. Ospite dei ragazzi, Lorenzo Cherubini (in arte Jovanotti) pronunciò alcune frasi destinate a scatenare un polverone mediatico senza precedenti. Da un lato, la polemica sul lavoro gratuito: l’invito ai giovani ad “attivarsi gratis pur di imparare un mestiere”, interpretato dai benpensanti dell’epoca come un insulto ai diritti dei lavoratori e una legittimazione dello sfruttamento precario. Dall’altro, il delirio complottista: il racconto di un “summit segreto” a porte chiuse con i potenti della Terra, che la rete bollò immediatamente come la confessione di aver partecipato al blindatissimo Gruppo Bilderberg, costringendo l’artista a chiarire che si trattava, molto più banalmente, del blindato ma notoGoogle Campin Sicilia.
A distanza di oltre dieci anni, quella conferenza si rivela un documento storico straordinario. Ciò che allora sembrava il discorso entusiasta, un po’ naïf e paternalista di una popstar, conteneva in embrione i sintomi di una transizione epocale che oggi non solo si è avverata, ma sta già andando oltre, ridisegnando i confini del valore umano.
La cabina di regia è vuota: la fine della politica tradizionale
Il cuore del racconto di Jovanotti sul summit siciliano non risiedeva nel feticismo del segreto, ma in una constatazione geopolitica disarmante:nemmeno i grandi della Terra hanno le risposte. L’artista raccontò agli studenti di essersi reso conto che amministratori delegati, banchieri e leader mondiali brancolavano nel buio esattamente come l’uomo comune di fronte alle grandi transizioni del futuro.
Oggi questo scenario si è compiuto. Assistiamo alla totale capitolazione della politica istituzionale, schiacciata sulle scadenze elettorali a brevissimo termine e strutturalmente incapace di governare fenomeni transnazionali e decennali. I politici si appiattiscono su spauracchi inesistenti o promesse elettorali irrealizzabili, offrendo soluzioni semplici per problemi molto più complessi, a un elettorato sempre più distratto e meno partecipativo, nauseato da questi populismi nei quali non si identificano più.
La cabina di regia dei governi è vuota. Le decisioni macroeconomiche, tecnologiche e demografiche che orientano le vite di miliardi di persone non vengono prese più nei parlamenti democratici, ma nei consigli d’amministrazione della Silicon Valley o dai grandi fondi d’investimento. La visione a lungo termine esiste, ma è stata interamente privatizzata. E quando i motori del mondo sono mossi unicamente da logiche finanziarie, l’orizzonte non coincide quasi mai con il benessere o la tutela delle popolazioni.
Il motore leopardiano e l’industrializzazione del desiderio

Nel vuoto lasciato dalla politica, la finanza globale ha compreso e industrializzato una delle dinamiche più profonde della natura umana: la perenne insoddisfazione. È un concetto che ci riporta al pensiero leopardiano. NelloZibaldone, Giacomo Leopardi codificò la “teoria del piacere”, spiegando come l’essere umano non desideri un piacere specifico, ma il Piacere in senso assoluto, infinito per estensione e durata. Poiché la realtà offre solo piaceri finiti e temporanei, l’uomo è condannato a una strutturale infelicità. Fu una brillante intuizione antropologica.
Tuttavia, questa insoddisfazione è anche la molla biologica e culturale del mondo: senza di essa, il progresso scientifico, l’arte e l’ambizione si spegnerebbero. Forse è questo il famoso “Peccato Originale” biblico? Senza il quale il Sapiens vivrebbe ancora nelle caverne, da cacciatore-raccoglitore, come fece il Neanderthal per 400mila anni. E invece, dopo aver assaggiato il frutto dell’albero della conoscenza, dell’immaginazione e del pensiero astratto, il Sapiens ha rivoluzionato la sua struttura sociale ed è passato in soli 40mila anni dalle caverne ai grattacieli. Ma è condannato all’eterna insoddisfazione.
Resta il fatto che, oltre un secolo dopo l’ignaro Leopardi, il capitalismo contemporaneo ha intercettato questa “dannazione” e l’ha messa a sistema. Non si vendono più prodotti per soddisfare bisogni, ma si vendono desideri per alimentare artificialmente l’insoddisfazione. È l’obsolescenza percepita: l’ultimo smartphone o lo status symbol di turno offrono una gratificazione che scade dopo pochi mesi, spingendo l’individuo in un ciclo infinito di consumo e inadeguatezza pianificato a tavolino.
La trappola dell’Universo 25 e la polarizzazione sociale

Cosa succede quando questa spinta biologica al desiderio viene anestetizzata o, al contrario, resa irraggiungibile? Una possibile risposta arriva dall’etologia, in particolare dal celebre esperimento “Universe 25” condotto da John B. Calhoun tra gli anni ’60 e ’70. Lo scienziato creò un’utopia per topi: cibo infinito, assenza di predatori, spazio pulito e comfort totale. Una società senza sforzo né conflitti per la sopravvivenza. Il risultato fu l’autodistruzione: la struttura sociale crollò, i topi smisero di accoppiarsi, nacquero i “belli” (esemplari apatici dedicati solo alla cura del proprio corpo) e l’intera colonia si estinse per suicidio psicologico. In pratica il non avere problemi da risolvere quotidianamente fu il vero problema che arrivò a estinguere l’intera colonia, dimostrando paradossalmente che il “Paradiso Terrestre” non può esistere e che l’insoddisfazione perenne è il vero motore del mondo. Ammesso che uomini e topi siano simili nel puro istinto, sarebbe il sunto dell’antico proverbio: “il bisogno aguzza l’ingegno”.
Oggi la nostra società iper-connessa sta vivendo una polarizzazione drammatica che ricalca i rischi di quella distopia che, all’apparenza, sembra dividersi in due tendenze opposte e sempre più marcate:
- La fascia alta (L’insoddisfazione generativa): Una minoranza che rifiuta l’edonismo statico e canalizza l’insoddisfazione in modo attivo. Avendo i mezzi economici e culturali, queste persone cercano nuovi traguardi, significato, impatto sociale e superamento del limite. Usano il privilegio come leva per mantenere attiva la volontà e fuggire l’apatia dell’abbondanza.
- La fascia medio-bassa (L’impotenza appresa e l’autolesionismo): Una maggioranza che, bombardata da modelli di successo esibiti h24 sui social ma strutturalmente irraggiungibili, si arrende passivamente. È la “resignazione collettiva” (che in Oriente ha preso il nome di movimentoTangping, lo “sdraiarsi a terra” rifiutando la competizione sociale). Quando lo sforzo tradizionale (studio, gavetta, lavoro) non garantisce più una ricompensa dignitosa, l’individuo smette di lottare. Da qui, la ricerca di scorciatoie distruttive: lo sballo (alcol, droghe sintetiche, dipendenza da dopamina digitale) e i soldi facili (espedienti online, scommesse, micro-criminalità). È un lento autolesionismo: l’anestetico consuma il presente senza costruire futuro, esasperando la frustrazione in un circolo vizioso identico a quello dei topi di Calhoun.
La scure dell’Intelligenza Artificiale: la fine della mediocrità
Questo quadro, già precario, sta subendo un’accelerazione irreversibile con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale e della robotica avanzata. Le macchine non stanno semplicemente automatizzando i lavori manuali; stanno agendo come un setaccio spietato che cancella la “soglia di mediocrità”.
Nel Novecento, il patto sociale permetteva a chi svolgeva compiti esecutivi e ripetitivi (l’impiegato, il contabile, il programmatore junior) di ottenere stabilità economica e dignità. Oggi, l’algoritmo esegue quelle mansioni di fascia media in pochi secondi e a costo quasi zero. La mediocrità esecutiva non è più monetizzabile sul mercato. In un pianeta globalizzato di oltre 8 miliardi di abitanti, la competizione non è più locale ma mondiale, governata da logiche“Winner-takes-all”(il vincitore prende tutto, come il titolo della canzone degli Abba): pochissime eccellenze globali accumulano visibilità e ricchezze mostruose, mentre la massa viene spinta verso il basso.
Il rischio reale, profetizzato da storici ed economisti come Yuval Noah Harari, è la nascita di una classe di “inutili” dal punto di vista economico: persone che il sistema non ha nemmeno bisogno di sfruttare, perché radicalmente irrilevanti per il processo produttivo.
Alternative e soluzioni per le nuove generazioni
Se torniamo al 2015, il consiglio di Jovanotti –“attivatevi a ogni costo”– riletto oggi suona quasi tragico: l’iper-attivismo e l’auto-imprenditorialità non sono più una scelta entusiastica, ma l’unica strategia di trincea per non essere sostituiti da un software. Tuttavia, la sola buona volontà individuale non può bastare di fronte a una transizione di questa portata. Per evitare il collasso sociale, il futuro impone una rivoluzione filosofica e politica divisa su due binari:
- La slegatura tra reddito e produttività: Se i robot e l’A.I. produrranno la stragrande maggioranza della ricchezza materiale superando l’efficienza umana, gli Stati dovranno tassare la produttività automatizzata. Strumenti come il Reddito Universale di Base diventeranno indispensabili non come elemosina, ma come misura di stabilità per garantire il diritto alla vita e al consumo in un mondo senza lavoro di massa.
- Il ritorno all’Umano locale: L’unica vera barriera corallina contro l’algoritmo globale è la riscoperta di una dimensione iper-umana e territoriale. Tutto ciò che è standardizzabile verrà digitalizzato; tutto ciò che è unico, relazionale, empatico, artigianale e legato alla presenza fisica rimarrà prerogativa umana. Il valore del futuro potrebbe non risiedere più nell’efficienza matematica, ma nella cura, nella comunità e nell’imperfezione creativa.
Il cerchio si chiude. La vera sfida delle nuove generazioni non è più vincere una competizione truccata contro l’intelligenza delle macchine, ma riscoprire il senso del limite e della cooperazione, trasformando l’insoddisfazione biologica in una spinta comunitaria ed evitando di spegnersi, come i topi di Calhoun, nel comfort sterile di un’utopia tecnologica senza scopo.






